Chi è Hemingway? Non è il regista di Ladri di biciclette

Era da un po’ di tempo che avevo un gruppuscolo di libri che non si faceva leggere. Nel senso che ce n’erano altri che m’attiravano di più, e quindi me li tenevo, diciamo così, in coda.

A un certo punto ho deciso di risolvere questa fastidiosa situazione e d lvell da nanz aij ucchij (tradotto: di toglierli da davanti agli occhi; vedere la pagina About).

Ebbene mi sono sorbito Paulo Coelho (Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto: ho pianto anche io nel leggerlo, non per gli stessi motivi, e mi sono riservato pure di gridare ogni tanto AMEN a voce alta; eppure giuro che ho cercato di leggerlo senza pregiudizi), poi ho preso Kawabata (Il paese delle nevi, niente male, avevo sbagliato a rimandare, è anche breve) e poi Il testamento Donadieu di Georges Simenon (non è un giallo con Maigret e gli è riuscito più che bene).

Poi è stata la volta di un volume che è capitato solo per caso tra i miei scaffali. Qualcuno lo deve aver regalato a mia madre e mia madre per tutta risposta l’ha sbattuto sugli scaffali della veranda, destinati alla roba che può ingiallire impunemente (nel senso che può ingiallire senza che io insegua mia madre con un randello). Un giorno mi è capitato sotto gli occhi, ho deciso che era peccato lasciarlo là e l’ho riportato in casa, nella mia libreria.

Si tratta di Gli scritti costieri di Gabriel Garcia Marquez, una raccolta di suoi articoli pubblicati su alcuni giornali, del periodo in cui ha vissuto tra Cartagena e Barranquilla (in Colombia). Siamo tra il 1948 e il 1952, quindi aveva tra i 21 e i 25 anni circa, insomma si tratta proprio di esordi. E si vede. Credo che non avrebbe tutti i torti se volesse vedere sparire dalla circolazione alcuni brani del 1948, roba da liceale scarso.

Anche l’ispanista Jacques Gilard, che ha curato l’opera, nell’introduzione dice (a pagina XXXVII, I edizione gennaio ’97):

“[…] Sta di fatto che nella sua produzione giornalistica del 1948, soprattutto quella che va da maggio a luglio, l’influenza formale tipica del piedracelismo (una scuola poetica colombiana NdA) produce risultati negativi. Devono rimanere fuori da quest’ottica i testi del 3 giugno, del 4 e 6 luglio, veri e propri poemi in prosa (riuscitissimi), ma quelli propriamente giornalistici mostrano spesso uno stile troppo manierato; e greve di goffaggini da un punto di vista giornalistico. E’ uno stile troppo letterario e poetico, nell’accezione peggiore dei termini. Garcia Marquez cerca senza tregua di costruire audaci e brillanti metafore che cadono spesso nella facilità e nell’arbitrarietà dell’ossimoro. C’è una continua ricerca di immagini, un instancabile tentativo di istituire rapporti irrazionali fra parole e oggetti. Parole e oggetti che si presumono poetici: l’aggettivo frutal (fruttale), per esempio, ricorrente a Cartagena e che ricomparirà molto di rado a Barranquilla. La vertebra è un’altra parola – e un’idea, e un motivo – ripetutamente usata. Anche la viola compare abbastanza spesso nei suoi primi testi (così come nei primi racconti), associata alla morte, mentre evidentemente si tratta di un fiore che non ha nulla a che vedere con autentiche esperienze tropicali, e si può arrivare a sospettare che a quel tempo Garcia Marquez non avesse mai visto una viola vera. […]”

Giusto per rendere l’idea, sul dizionario De Mauro (I edizione) la parola “fruttale” non esiste proprio, infatti, se ci fosse, si dovrebbe trovare tra “fruttaiolo” e “fruttare”, ma non è così, non c’è niente in mezzo.

Se poi Garcia Marquez non debba farsi una risata nel rileggere questo suo brano del ’48, beh sì, se la deve fare (a pagina 19):

“[…] Le navi del fazzolettone, travolte dalla forza del vento contrario, vivono sempre la loro disfatta. La negra guarda l’orologio. Estrae uno spechietto dalla borsa e con femminile maestria si sistema il fazzolettone che rimane aderente alla sua chioma indomita. Adesso il vento passa imprimendo alle imbarcazioni una lieve oscillazione dal mare quieto. La negra lo sa e sorride contenta, con un ampio e affilato sorriso sfolgorante come un machete.

Noi passeggeri abbiamo l’impressione che tutte le navi del mondo abbiano attraccato al molo della sua vanità. […]”

In realtà non è ovviamente (e fortunatamente) tutta così la raccolta. Verso il 1950 gli articoli si fanno godibilissimi e ho cominciato ad avere piacere nel leggere recensioni e commenti ad eventi accaduti in quel periodo.

Per esempio c’è un articolo su Ernest Hemingway del giugno 1950, in occasione dell’uscita del suo romanzo Di là dal fiume e fra gli alberi. Non ci azzecca proprio alla grande, infatti scrive (a pagina 231):

“[…] Si può essere sicuri che la fama di Hemingway finirà molto prima del conto in banca dei suoi eredi e forse quando non sarà ancora svanita la stravagante collezione di cani e gatti che lo scrittore tiene nel suo palazzo all’Avana. […]

[…] Hemingway, con la sua vita degli ultimi anni, non ha fatto altro che accelerare la digestione di quel poco di gloria che gli è toccato, per essere sicuro che, al momento della sua morte, se la porterà via tutta intera, equamente e abbondantemente distribuita in ognuno dei cinque sensi.”

Ma a parte queste curiosità, a un certo punto, nell’ottobre del 1950, compare una recensione davvero interessante, e con cui io mi trovo assai d’accordo, di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, che merita di essere trascritta completamente e che fa meritare al libro tutto questo post sul blog (da pagina 315):

Titolo: Ladri di biciclette

Il film di Vittorio De Sica – attualmente proiettato in una sala della città – fa pensare molto ai progressi e alle possiblità dell’arte cinematografica. Gli italiani stanno facendo cinema per strada, senza studi, senza trucchi scenici, come la vita stessa. E come la vita stessa si svolge l’azione in Ladri di biciclette, che può essere definito, senza timore di esagerare, il film più umano che sia mai stato girato.

Nella stremata Italia del dopoguerra, una bicicletta si trasforma nell’unica condizione perché un uomo, sua moglie e il loro bambino di nove o dieci anni sopravvivano all’angoscioso momento in cui si ritrovano a lottare. Nel film, la bicicletta si trasforma in un mito, in una divinità con ruote e pedali grazie al cui contributo – e solo con questo – l’uomo vincerà la sua fame. Dalla semplicità del titolo sino alla terribile semplicità del finale, il film di De Sica non è altro che l’angosciosa ricerca di una bicicletta rubata nelle vie di Roma, dove prolifera un vertiginoso, abissale mercato di biciclette, durante la domenica più lunga e spietata che un uomo abbia mai vissuto. Un mio conoscente, insoddisfatto dello spettacolo, mi diceva: <<E’ una gran stupidaggine. Un uomo che cerca una bicicletta per tutto il film e alla fine viene fuori che non la trova>>.

Credo che questa sia la sintesi più esatta di Ladri di biciclette. Esatta quanto è errata e assurda l’affermazione secondo cui il film sarebbe una gran stupidaggine. Mi piacerebbe che chi ha avuto questa idea si ritrovasse nelle stesse circostanze del protagonista. Sicuramente, senza essere un attore né pretendere di esserlo, interpreterebbee il suo ruolo con la stessa precisione, con la stessa angosciosa naturalezza dell’uomo per il quale la vita si riduce a una bicicletta, che può sembrare insignificante a chi si sia stufato di tutti i divertimenti e decida di rifugiarsi in un cinema, per puro passatempo borghese.

Ladri di biciclette – e il numero di persone che non saranno d’accordo con questa idea è così voluminoso che lo perdo di vista – è un film invulnerabile, uno di quei pochi che non ammettono obiezioni da alcun punto di vista. Coloro che vi hanno preso parte non sono attori professionisti. Sono uomini presi dalle strade di Roma, normali passanti che probabilmente vanno al cinema molto di rado e ignorano i segreti della rappresentazione teatrale, ma che sono così intimamente legati al dramma della vita del dopoguerra, da non avere alcuna difficoltà a cavarsela davanti all’obiettivo. Se a chi recita in Ladri di biciclette fosse stata assegnata una parte in un film western o in un’opera di Shaw, molto probabilmente il film sarebbe stato un fallimento. Ma sono stati presi dalla vita, per un momento, e poi immersi, nella stessa salsa, lì dove l’unico elemento strano erano gli obiettivi e gli altri marchingegni tecnici. Ma nulla di più.

La recitazione del bambino non può essere definita altrimenti che geniale. Ormai divenuto un ricordo, si dubita ancora che tutto quanto gli si è visto fare in Ladri di biciclette si sia svolto sullo schermo. E sarebbe interminabile analizzare le innumerevoli scene, piene di vivida drammaticità, che sarebbero bastate perché questo film, che tante proteste e così scarse manifestazioni d’entusiasmo ha suscitato in città, fosse straordinario e indimenticabile.

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I soliti sospetti

Ho sempre avuto il sospetto che, per come vengono presentate a volte le aliquote IRPEF da telegiornali e giornali (per esempio qui, min 0.35 – 0.55, qui, min 0.15 – 0.25, e qui), qualcuno potesse convincersi che le aliquote vengano applicate così come vengono esposte, cioè che la percentuale del reddito che si portano via le tasse sia sempre esattamente quella dello scaglione in cui rientra.

Faccio un esempio: supponiamo che il valore del reddito su cui vada calcolato l’IRPEF sia di 76.000 €. Ingenuamente si potrebbe credere che, appartenendo allo scaglione più alto, oltre i 75.000 €, l’IRPEF dovuta sia esattamente il 43% di 76.000, cioè 32.680 €. Quel che rimane è quindi 43.320 €. Se invece il valore fosse 74.000 €, lo scaglione cui apparterrebbe sarebbe quello del 41%, l’IRPEF 30.340 € e quel che rimane in tasca 43.660 €. In altre parole guadagnando 2.000 € in più, secondo questo calcolo non solo li si dovrebbe versare completamente al Fisco, ma in più gli dovremmo dare altri 340 euro!

Ovviamente non è così. Come si può ricavare da “Unico Persone Fisiche – Istruzioni per la compilazione 2011”, il 43% del primo caso per esempio si calcola soltanto sulla parte eccedente i 75.000 €.  Rifacendo i conti, l’IRPEF su 76.000 € risulta 25.850 €, e rimangono 50.150 €; mentre l’IRPEF su 74.000 € risulta 25.010 €, e rimangono 48.990 €.

Tutti i nostri sani principi sono quindi, per fortuna, anche salvi.

Tutto ciò è assolutamente scontato, anche telegiornali e giornali si risparmiano di dirlo ogni volta (sarebbe anche proprio scomodo e inelegante farlo) e dovrebbero saperlo anche i sassi. Ma forse non è così. Infatti mi sono imbattuto nella seguente lettera inviata da un lettore a Panorama, e pubblicata sul numero del 28 settembre 2011, in cui probabilmente si fa l’errore di cui ho parlato sopra:

Trascrivo la lettera, perché non si legge granché:

<<La tanto sospirata crescita si scontra con la realtà dei fatti, con un sistema tributario che con la sua progressività delle imposte è concepito proprio per scoraggiare chi produce (e guadagna) di più, retaggio di quella concezione veteromarxista che vorrebbe stipendi uguali per tutti e che pensa che il profitto sia una colpa. Se i miei redditi ricadono in una certa aliquota, chi me lo fa fare di cercare di aumentarli, se so che in quel modo finisco per pagare molto di più?>>.