Vinicio Capossela, Pryntyl, Céline e Scandalo negli abissi

Mi hanno detto che anche al Petruzzelli è stato splendido il 20 novembre.

Io invece sono andato alla tappa di Molfetta in estate, l’11 agosto, e mi sento di dire che difficilmente il luogo poteva essere più indovinato. Le due tappe pugliesi (non le uniche) facevano parte infatti del Tour “Marinai, profeti e balene” di Vinicio Capossela successivo all’uscita dell’album con lo stesso nome del 26 aprile 2011, che è, come si capisce subito, quasi totalmente dedicato al mare. Per dir meglio il concerto a Molfetta si è tenuto sulla banchina San Domenico, che è praticamente quella su cui si trova la bitta sullla destra in questa fotografia:

 

 

A night in Molfetta..La foto sopra è il porto di Molfetta con il Duomo e devo ringraziare l’utente *tilli* su flickr.

 

 

Quindi il pubblico aveva davanti il palco del concerto e alle spalle una vista simile, in più si poteva quasi toccare l’acqua con le dita.
Un concerto davvero minuziosamente curato, stupendi i colori, le luci, i costumi, i suoni e soprattutto la magia dei brani delll’ultimo album di Capossela, che migliore atmosfera non avrebbero forse potuto trovare.
Tanto da far dire a Vale D, una blogger che si occupa ed è appassionata di teatro, in una recensione della tappa agli Arcimboldi di Milano: “Quante volte quando leggo di cantanti che fanno i concerti nei teatri penso: “Ridate i teatri agli attori!”, rivendicando la pertinenza di questo luogo (sacro, certo, trattandosi il teatro di rito) a coloro che sono stati designati a esserne i sacerdoti, ovvero gli attori.
Il caso del concerto a cui ho partecipato stasera è diverso: sul palco un sacerdote della Parola, Vinicio Capossela […]”, “[…] Al di là della maggiore immediatezza del linguaggio musicale rispetto a quello verbale (su cui, in realtà, bisognerebbe puntualizzare perché non è per nulla scontato) sentiamo che c’è più attinenza nel suo modo di rivisitare i miti di quanto non faccia il teatro […]” e “[…] Vinicio è un sacerdote più degno di tanti teatranti che usurpano il luogo […]”.

 

 

Al di là del concerto l’album ha avuto un successo notevole di per sé, probabilmente meritato: è davvero difficile dire se ci sia un qualche brano che fa da riempitivo o riuscito malissimo, sono tutti almeno da 6.
Detto per inciso l’album ha preso il Platino, cioè ha venduto più di 60mila copie secondo la FIMI.
Qui le versioni archiviate: 1, 2, 3.

Non inferiori sono stati l’attenzione e spesso l’entusiasmo dei recensori, sia della stampa che non.
Ho provato a fare una rassegna, una raccolta delle recensioni accessibili su internet, anche se inevitabilmente ne mancheranno e chiedo scusa in anticipo:

qui le recensioni raccolte dal sito ufficiale di Capossela: Famiglia Cristiana, La Stampa, Repubblica, IlSole24Ore, L’Unione Sarda;

qui su La Promenade;

qui su Rock Action, voto: 85/100;

qui una su DeBaser;

qui su DiscoClub65; –

qui sul blog di Enzo Curelli;

qui su La Brigata Lolli;

qui su Rockit;

qui su LaPrimaWeb;

qui su Il Giornale;

qui su MenteLocale.it;

qui su Wuz;

qui su ilReporter.it;

qui su eyeonmusica.it;

qui su Rock Shock, voto: 4/5;

qui su ImpattoSonoro;

qui su MyWord.it;

qui su storiadellamusica.it, voto: 7/10;

qui su artistsandbands.org, voto: 73/100;

qui su frequency.it, voto: 5/5;

qui su lisolachenoncera.it;

qui sul blog stordisco, voto: 5+/5;

qui su iyezine.com;

qui su OndaRock;

qui sul blog isimone;

qui su Mescalina;

qui su Panopticon, voto: 78/100;

qui su All about jazz, voto: 4 stelle;

qui su RockLine, voto: 7,3/10;

qui su Musica10;

qui su fullsong.it, voto: 10/10.

Tutte le recensioni segnalate danno valutazioni positive almeno sulla sufficienza e in media invece sono con qualche approssimazione entusiastiche. A tale fatto fanno eccezione la recensione di DiscoClub65 e quella di Il Giornale. In particolare di quest’ultima non riesco a dire con sicurezza se è positiva, negativa o positiva con rammarico, ecc.

 

 

 

 

Tra le recensioni nelle english speaking countries va considerata quella dello studioso argentino Mariano Prunes, PhD a Yale, sul noto sito americano di riferimento per la musica (nonché gigantesco archivio internazionale di metadati e non solo) allmusic. Prunes gli ha dato ben 4 stelle e 1/2 su 5 e ha cominciato l’articolo con “There is hardly a single misstep in the Vinicio Capossela discography, but Marinai Profeti e Balene may be his definitive masterpiece”. Traducendo: difficilmente c’è, è possibile trovare, un solo passo falso nella discografia di Vinicio Capossela, ma Marinai Profeti e Balene potrebbe essere il suo definitivo capolavoro. Più avanti: “[…] Much has been said about Capossela‘s infatuation with Tom Waits, but in this album, the disciple has gone to places the master never contemplated […]”, cioè: molto è stato detto a proposito dell’infatuazione di Capossela per Tom Waits, ma in questo album l’allievo è andato in luoghi che il maestro non ha mai contemplato. In conclusione: “[…] From conception to implementation, Marinai Profeti e Balene is nothing but an astonishing achievement. Had it been released by an English-speaking artist, it would have been an instant shoe-in for best album of the year, in almost any conceivable musical category”. Traducendo: dall’ideazione alla realizzazione, Marinai Profeti e Balene non è nient’altro che un successo straordinario. Se fosse stato pubblicato da un artista di lingua inglese, sarebbe stato un immediato vincitore sicuro del miglior album dell’anno, in quasi qualsiasi categoria musicale immaginabile.

 

 

 

 

 

Questa la lista dei brani contenuti nell’album, fatto di due cd:
CD 1
1. Il Grande Leviatano
2. L’Oceano Oilalà
3. Pryntyl
4. Polpo d’Amor
5. Lord Jim
6. La Bianchezza della Balena
7. Billy Budd
8. I Fuochi Fatui
9. Job
10. La Lancia del Pelide

CD 2
1. Goliath
2. Vinocolo
3. Le Pleiadi
4. Aedo
5. La Madonna delle Conchiglie
6. Calipso
7. Dimmi Tiresia
8. Nostos
9. Le Sirene

 

 

 

 

Ora voglio spostare l’attenzione in particolare sul brano Pryntyl, il terzo del primo cd.

 

 

 

Intanto ecco il testo del brano:

Nel fondo del mar, nel fondo del mar…
La foca barbuta, sempre piaciuta
Che è solitaria, le piace cantar,
Una sirena si sente coi baffi,
Una sirena del fondo del mar
E i pesci uccelli le batton le ali
E scrosciano applausi di pinne e di bolle
Nel fondale spettacolare
Dell’abisso musicale

Io la vispa Pryntyl
Dal caschetto malizioso
Nettuno si gettava ai miei piedi
Implorando chiamami Nunù
Prima stella del corpo di ballo
Del balletto delle onde
Un tutù di alghe nel blu… Chiamami Nunù
Perché sono una sirenaaa canto in sirenese
Ondeggia il pavimento, nel mare si stringono i cuori
Li assalgono i mali della nostalgia
Si avvicinano narvali e gamberi
schiudono perle le ostriche

Non ho perso la voce per un paio di gambe
Come la Sirenetta in pegno d’amor
Ma io la perdo fumando e bevendo
Nell’orgia dei sensi mi butto cantando
E mi ubriaco e stordisco ballando
Nell’ebrezza felice abbracciando
Sulla terra tutto si consuma
L’amore all’alba si trasforma in schiuma

Ma nell’abisso è tutto uno spasso
Puoi sempre incontrare, un pesce pagliaccio
E quando sei triste, basta una siiireeennaaaaaa
Sbarazzina, civettuola, piena di squame
dalla coda alla gola

Fatevi attorno focene volanti, cavallucci di mare, di terra e bagnanti
Ascoltate come sturo l’abisso
Ora lo scandalo lo darò io
Perché sono una sireennaaaa, canto in sirenese
Pryntyl slash slash smack smack glu glu
Chiamami Nunù

Ora Pryntyl sei finita in taverna
In esilio da kraken e krill
Sei finita a guadagnarti la birba
Tra le biffe, i lenoni e i playboy
E i papponi del porto ti tengono
Alla lenza di grog e di skunk
E mi ubriacano a furia di spriz
E mi ubriacano se faccio le biz

Bell’ufficiale buttiamoci a mare, voglio tornare
squamata a brillare
Ma che non lo sappia, il capitano testa di morto
O a tutte due finirà il collo torto
Finiremo con lui tra gli scogli a schiamare:
kruag kruag kruag affondate con me
E non è proprio un verso da sirenaaaaa
Che canta in sirenese…
Pryntyl slash slash smack smack glu glu
Pryntyl slash slash smack smack glu glu
Pryntyl, smack smack glu glu
chiamami Nunù

 

 

 

Il brano è uscito come singolo qualche giorno prima dell’album, come si può vedere qui.
Qui le versioni archiviate di alcuni link: 1, 2.

 

 

Inoltre ne è stato fatto un video ufficiale ed è stato pubblicato su YouTube, quindi ce lo posso piazzare impunemente pure qui:

 

 

 

Sul libricino dell’album c’è scritto: Pezzo ispirato da “Scandalo negli abissi” L.F. Celine, Il Melangolo, 1992.

La copertina del racconto di Céline in questione, pubblicato da Il Melangolo con la traduzione di Ernesto Ferrero e illustrazioni di Emilio Tadini, è questa:

 

 

Ebbene l’ho letto, quindi per annoiarvi in modo irrimediabile e incessante vi dico qualcosa sul suo conto, sul suo autore e sul rapporto con il testo del brano di Capossela.

 

 

 

Louis Ferdinand Céline, il cui cognome vero era Destouches, nacque a Courbevoie, sulla riva sinistra della Senna, a un paio di chilometri dalle periferie di Parigi, nel 1894. La famiglia di sua madre Marguerite Guillou, benché di origine bretone, era da almeno un paio di generazioni parigina. Suo nonno materno era un artigiano appunto a Parigi e morì lasciando sua moglie e i loro due figli quando Marguerite aveva appena circa 11 anni. Una volta vedova sua nonna materna, che si chiamava Céline Guillou, a cui fu affezionatissimo e da cui lo scrittore derivò poi persino il suo pseudonimo, lavorando duramente riuscì poco dopo ad aprire un negozio di antiquariato specializzato in merletti sempre a Parigi. Così la sua famiglia consolidò uno status piccolo-borghese. Il denaro guadagnato con quest’attività lo reinvestì con il tempo acquistando almeno quattro case, di cui una di otto stanze, e alla sua morte (nel 1904, quando Louis Ferdinand aveva circa 10 anni) i suoi due figli, tra cui la madre dell’autore, Marguerite, ricevettero una cospicua eredità. Anche se Marguerite da un certo momento in poi, dopo essersi sposata, ebbe già un suo negozio (prima al numero 67 e poi al 64) di merletti e oggetti d’antiquariato al Passage Choiseul a Parigi, in cui l’autore trascorse anche l’infanzia, abitando lì in una casa di quelle con una camera per piano, per tre piani, uno dei quali con la sua cameretta, l’eredità dette indubbiamente una ulteriore e notevole sicurezza economica ai genitori dello scrittore.
La famiglia di suo padre invece proveniva dalla piccola nobiltà terriera normanna, dai Des Touches de Lentillière, che nel diciottesimo secolo si era spostata e si era divisa tra la Bretagna e la Germania. E al ramo bretone apparteneva il nonno di Céline, Auguste, che, nato a Vannes, si stabilì con sua moglie Hermance a Le Havre, dove divenne professore al lycée. Ma quella che allora era considerata una carriera brillante fu improvvisamente interrotta dalla sua prematura morte, a 39 anni, quando il padre di Céline, Ferdinand, aveva 9 anni. La madre Hermance, che aveva avuto con il marito in totale cinque figli, riprese immeditamente a fare vita mondana, prima a Le Havre, e poi a Parigi con l’unica figlia, lasciando gli altri al Lycée du Havre. Il denaro di Hermance però finì presto e si ritrovarono a vivere delle elargizioni degli amanti di sua figlia Amélie, che, inizialmente giunta a Parigi per costruirsi una reputazione come valida pianista, divenne fondamentalmente una demi-mondaine (cioè una prostituta d’alto bordo), fino a che più tardi si sposò con un diplomatico rumeno. Nel frattempo il padre dello scrittore frequentava senza successo il Lycée du Havre, fino a quando, raggiunta la sorella a Courbevoie, in una casa presa in affitto per lei da uno dei suoi amanti, si trasferì al Lycée Condorcet. Anche qui non andò bene e abbandonò circa a metà del percorso. Subito dopo si arruolò nell’Artiglieria, rimanendoci per cinque anni, al termine dei quali fu assunto come impiegato in una compagnia di assicurazioni, lavoro che tenne fino al pensionamento.

 

 

In conclusione si può dire che mentre la famiglia materna di Céline aveva compiuto un percorso ascendente, quella paterna aveva fatto l’opposto.

 

 

La famiglia Destouches nel 1907 si traferì in un appartamento al numero 11 di rue Marsollier e nello stesso anno Céline terminò la scuola primaria tra l’Ecole Communale e una scuola privata cattolica. Poi, avendo immaginato per il figlio una carriera nel commercio, i genitori non lo iscrissero al lycée, ma gli pagarono soggiorni di studio in Germania e in Inghilterra al fine di imparare le due lingue, ritenute da loro necessarie per il futuro che avevano prospettato per lui.
Successivamente fece l’apprendistato in alcune gioiellerie, finendo per essere preso dalla catena Lacloche Frères. Tuttavia non poteva essere assunto in modo definitivo se prima non faceva il servizio militare, quindi decise nel 1912, a diciott’anni, di arruolarsi nel Dodicesimo Reggimento Corazzieri. Il 27 ottobre 1914, in piena Prima Guerra Mondiale, durante una missione di collegamento altamente rischiosa a Poelkapelle, in Belgio, per cui egli stesso si era offerto, venne ferito a un braccio. In seguito a questa missione venne insignito della Médaille militaire.
Ormai congedato, prima lavorò per il Consolato generale di Francia a Londra, poi accettò di dirigere una piantagione di cacao in Camerun, da cui tornò dopo nove mesi con la malaria.
Nel 1919 prese a Bordeaux il baccalauréat (cioè il diploma) e poi si stabilì a Rennes, dove intraprese gli studi di medicina e si sposò con la figlia di un potente clinico locale, il dottor Follet. Nel 1924 si laureò con la tesi, tuttora ritenuta anche un’opera letteraria a tutti gli effetti, Il dottor Semmelweiss.

 

 

Subito dopo la laurea cominciò a viaggiare come conferenziere per la Società delle Nazioni in Europa, Africa e America per promuovere l’igiene, la profilassi contro la tubercolosi e i nuovi risultati della medicina sociale.
Infine esercitò la professione di medico nei rioni più disastrati e poveri di Parigi, spesso vergognandosi di chiedere i venti franchi della visita.
Quando nel 1932 l’editore Robert Denoël ricevette il dattiloscritto del suo libro più famoso, Viaggio al termine della notte, Céline viveva a Montmartre e lavorava al dispensario di Clichy.
E’ del 1936 invece la pubblicazione del romanzo Morte a credito, tradotto in Italia da Giorgio Caproni, e di Mea Culpa, sul suo viaggio in Unione Sovietica.
Uscì invece nel 1937 il primo dei tre pamphlet tristemente noti per lo squallido contenuto antisemita, Bagatelle per un massacro, nel 1938 La scuola dei cadaveri e nel 1941 La bella rogna, in piena occupazione nazista.
Ebbene Scandalo negli abissi fu scritto nell’estate del 1943 a Saint Malo, poco dopo aver licenziato una nuova edizione di La scuola dei cadaveri. Nonostante tale vicinanza temporale niente ha a che fare con le tre opere precedentemente nominate per quanto riguarda la polemica razzista, essendo totalmente assente.
Pochi mesi dopo scappò in seguito all’offensiva degli Alleati in Francia con alcuni esponenti del Governo di Vichy in Germania. Poi si spostò in Danimarca, dove fu arrestato e imprigionato fino al 1947.
Nel 1949 venne dato alle stampe il suo romanzo incompiuto Casse-pipe, quando era ancora all’estero. Nel 1950 fu condannato all’indignité nationale, a una multa, a un anno di prigione e alla confisca del 50% dei beni per collaborazionismo, ma l’anno successivo venne amnistiato dal tribunale militare.
Quindi nel 1951 fece ritorno in Francia, stabilendosi infine a Meudon, dove morì nel 1961.
Negli anni del ritorno in Francia pubblicò nel 1957 Da un castello all’altro e nel 1960 Nord, mentre nel 1969 uscì postumo Rigodon, tutti e tre romanzi.

 

 

 

 

 

Sebbene una così lunga biografia sembri eccessiva per una piccola novella come Scandalo negli abissi, ho deciso di dilungarmi ugualmente, in particolare sull’origine e le condizioni economiche della famiglia di Céline, considerata la notevole confusione che egli stesso ha generato sulla sua vita, dando spesso versioni contrastanti e iperboliche di alcuni fatti. Informazioni che potrebbero essere utili al di là di Scandalo negli abissi, per esempio come supporto alla lettura di Viaggio al termine della notte o altre opere maggiori. Spesso non sono presenti su Wikipedia ad oggi: qui le versioni archiviate della voce in italiano, inglese, francese.
La prima parte l’ho ottenuta traducendo e riassumendo il ricco e rigoroso libro The life of Céline: a critical biography di Nicolas Hewitt, curatore tra le altre cose del The Cambridge companion to modern French culture. Per le restanti informazioni ho preso in considerazione anche i saggi brevi Il dottore e la ballerina e Céline, ovvero lo scandalo di un secolo, entrambi di Ernesto Ferrero; il primo si trova proprio su Scandalo negli abissi di Il Melangolo, mentre il secondo su Viaggio al termine della notte di Corbaccio.
Altre biografie notevoli: Céline di Henri Godard, Céline: A Biography di Frédéric Vitoux e Céline di François Gibault, editore Mercure de France.
In italiano c’è Louis-Ferdinand Céline gatto randagio di Marina Alberghini, Mursia.
Qui le versioni archiviate di alcuni link: 1, 2, 3, 4, 5, 6.

 

 

 

 

 

 

Per avere un’idea del valore, dello stile, delle caratteristiche e dei temi delle opere di Céline, riporto le parole dedicate allo scrittore nell’autorevole manuale di letteratura La scrittura e l’interpretazione di Romano Luperini, Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, diretto dal critico letterario Romano Luperini.

 

 

Nella parte del manuale che si intitola “L’età del fascismo, della guerra e della ricostruzione: ermetismo, antinovecentismo e neorealismo (1925-1956)”, si affronta anche la narrativa francese del periodo. Ecco i brani riguardanti Céline:

 

 

La narrativa francese è ricca non solo di personalità ma di tendenze diverse. Le principali sono: quella cattolica di François Mauriac e di Georges Bernanos; quella individualistica di André Malraux, Henry Millon de Montherlant e Antoine de Saint-Exupéry, che può essere ideologicamente ispirata a un vitalismo liberale di sinistra, oppure a un aristocraticismo nietzschiano di destra; quella di derivazione surrealista di Bataille e di Queneau; quella esistenzialista di Sartre, Camus e Simone de Beauvoir. Vi sono poi casi isolati clamorosi, come quello di Céline (indubbiamente il maggior scrittore francese dell’epoca) che, pur presentando alcuni aspetti comuni alla ricerca surrealista, se ne distacca per un atteggiamento anarchico-distruttivo e per gli orientamenti razzisti e filofascisti, o quello della scrittrice Marguerite Yourcenar (pseudonimo di M. Cleenewerck de Crayencourt, 1903-1987), che riconsidera momenti e personalità del passato (dell’epoca romana o rinascimentale) per trarne ispirazione per una meditazione sul destino umano (suo capolavoro è Mémoires d’Hadrien [Memorie di Adriano], uscito nel 1951, in cui protagonista è l’imperatore che riflette sulla rovina della civiltà romana).

-Copia completa ed esatta, eccetto i link ovviamente e il grassetto, del primo paragrafo del sottocapitolo dal titolo “La narrativa in Francia: il filone surrealista, quello esistenzialista (Sartre, Camus) e il caso clamoroso di un grande scrittore fascista, Céline”, a pagina 502, volume sei, tomo primo, edizione blu-

 

 

 

Louis Ferdinand Céline (1894-1961) muove da una destrutturazione dell’esistenza che può far pensare al Surrealismo, ma non per opporle, come facevano i surrealisti, il mito del sogno e dell’inconscio, bensì per registrare la totale assenza di valori e di significati. La vita è ridotta a una trama brutale di pulsioni materiali e di bisogni elementari – la fame, il sesso -: sotto le cristallizzazioni della civiltà, l’uomo è essenzialmente un selvaggio, una creatura cinica, disintegrata, anarchica, volta a un’affermazione istintiva di sé al di fuori di ogni morale. L’anarchismo cinico-distruttivo, un feroce nichilismo, che fa emergere l’orrore dell’esistenza, una ghignante propensione al riso, allo sberleffo, alla negazione costituiscono gli atteggiamenti di fondo dei due grandi romanzi di Céline, Voyage au bout de la nuit [Viaggio al termine della notte] (1932) e Mort à credit [Morte a credito] (1936). Lo stile di Céline ha qualcosa del pastiche di Gadda, ma è meno letterario, più allucinato, delirante e destrutturato, più cupamente e realisticamente espressionistico: la struttura del romanzo viene decostruita; la lingua accoglie in modo vorticoso voci gergali e dialettali, neologismi, invenzioni, termini letterari; la sintassi viene ridotta alla successione paratattica che smembra il discorso, facendolo procedere solo per violenta accumulazione.

La vita di Céline – che fu medico condotto nei quartieri popolari di Parigi – è caratterizzata da un senso di morte e di furore distruttivo. Egli identificò nella razza ebraica quella civiltà occidentale di cui coglieva tutto l’orrore, approdando a posizioni fasciste e razziste, sino a comporre un libello antiebraico Bagatelles pour un massacre [Bagatelle per un massacro] (1937) e ad aderire al collaborazionismo filonazista. Arrestato nel dopoguerra per queste sue posizioni, fu amnistiato nel 1951.

Viaggio al termine della notte racconta la storia di Ferdinand che, ferito nella prima guerra mondiale, va in convalescenza a Parigi dove conosce un’americana, Lola. Intenzionato a partire per l’America, si ritrova invece in Africa, dove assiste all’orrore del colonialismo. Finalmente raggiunge l’America, che gli appare non meno spaventosa dell’Africa. È l’intera civilità occidentale che così viene posta sotto accusa. Infine, con una somma di denaro prestatagli da Lola, Ferdinand torna in Francia dove vive aprendo uno studio medico e procurando aborti illegali. Alla fine un amico gli trova un nuovo lavoro.

Morte a credito è il resoconto, ancora in prima persona, della vita di un medico (il nome è ancora quello autobiografico di Ferdinand), negli anni che precedono la prima guerra mondiale, dai ricordi d’infanzia al coinvolgimento nel «Familisterio rinnovato della Razza Nuova» fondato da Roger-Marin Courtial des Pereires, di fatto una congrega di disadattati, ladri e piccole prostitute, sgominata alla fine dalla polizia. Ferdinand è un picaro, un miserabile che viaggia fra gli orrori e le infamie di un mondo dominato dal mito distruttore del Progresso, del lavoro produttivo, dello «sgobbo». Non a caso, l’unico personaggio positivo, la bellissima Nora, si suicida in una delle pagine più belle del libro.

-Copia completa ed esatta, eccetto i link, degli ultimi quattro paragrafi dello stesso sottocapitolo nominato in precedenza, a pagina 504 e 505, volume sei, tomo primo, edizione blu-

 

 

 

 

L’antisemitismo e il fascismo di Céline, e la loro origine e peso, sono stati e sono ancora adesso temi di innumerevoli dibattiti e saggi, come testimonia per esempio il lavoro, del 2000, di Philippe Alméras Je suis le bouc, Céline et l’antisémitisme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La trama della storia che viene fuori dal brano di Vinicio Capossela è fedele alla novella Scandalo negli abissi, ma non è completa. Ossia si ferma a un certo punto rispetto al racconto pur ripercorrendolo, in più mancano dei dettagli.
E il motivo si capisce subito: Pryntyl è un divertissement, un pezzo vivace, divertente, allegramente e piacevolmente sospinto dal coro delle Sorelle Marinetti.
Invece la novella presenta in tutt’altro modo persino gli stessi fatti. Drammi e angosce appena avvertiti e accennati nel testo della canzone, in Scandalo negli abissi portano tutto il proprio dolore. I papponi di cui si circonda Pryntyl sono solo una parte dello scenario umano putrefatto che compare. Anzi è proprio tutta l’umanità in più punti ad essere l’obiettivo di una feroce invettiva ecologista, che tra l’altro è assente nel testo di Pryntyl. In definitiva la novella e la canzone sono emotivamente quasi agli antipodi.
Alcune parole e temi chiave del testo della canzone sono presenti anche nel racconto: la nostaglia per esempio si trova nelle pagine 13, 14, e 35, 36, Nettuno chiede davvero di farsi chiamare Nunù da Pryntyl, a pagina 18, il capitano testa di morto è nominato a pagina 35, Pryntyl si ubriaca davvero, anzi diventa un’alcoolizzata, per esempio nelle pagine 49, 50, l’ufficiale è nominato a pagina 60 e i capelli sono “tagliati alla maschietta” sulla terra nel racconto, a pagina 65. Non c’è invece traccia del sirenese.
Curiosità: all’inizio del racconto si dice che il Palazzo di Nettuno e di Venere negli Abissi è in prossimità di Terranova, 42 gradi di longitudine Nord-Ovest. Ebbene tale longitudine è effettivamente in prossimità dell’isola canadese di Terranova (che si trova a nord-est del Canada), anche con il dato della latitudine, sempre 42 gradi, che viene rivelato più avanti.
Tutti i riferimenti riguardano l’edizione Il Melangolo.

 

 

 

 

Concludendo il post, qui, sull’ottimo lankelot.eu, c’è un articolo molto bello con la trama, mentre qui ho messo un riassunto lungo scritto da me, che sconsiglio vivamente di leggere. Piuttosto leggete direttamente il racconto.

Qui la versione archiviata dell’articolo su lankelot.



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