Come giustificare una libreria privata con un milione di libri

A volte mi trovo a dover fronteggiare una situazione in cui un ospite arriva a casa mia, e reagisce alla scoperta di migliaia di libri con frasi del tipo: “Ma li hai letti tutti?” con tanto di alzata di sopracciglia di perplessità a seguire.

 

 

Credo di condividere questo destino con un po’ di persone, tra cui Umberto Eco, che ha scritto diverse cose sull’argomento.

Ho raccolto quattro suoi (anche divertenti) articoli con cui convincere o provare a convincere se stessi che va tutto bene e si è sani e in salute.

 

 

Umberto Eco nel 1971

Nella foto sopra Umberto Eco nel 1971 all’inaugurazione di una libreria a Milano. La foto proviene da qui.

 

 

 

 

Quanti libri non abbiamo letto?

In occasione del salone del libro di Torino è stata condotta una inchiesta presso vari intellettuali per sapere quali libri non avessero mai letto. Come era prevedibile le risposte sono state variate ma tutti gli interrogati sembrano aver risposto senza false vergogne. Così abbiamo scoperto che alcuni non hanno letto Proust, altri Aristotele, altri ancora Hugo e Tolstoj, o Virginia Woolf, compreso un illustre biblista che non ha mai letto per intero dal principio alla fine la Summa Theologiae di san Tommaso – il che è più che naturale, perché opere del genere le legge puntigliosamente dalla prima pagina all’ultima solo chi ne fa l’edizione critica. Alcuni non si rammaricano di non aver letto Joyce, altri ostentano di non aver mai letto la Bibbia, non rendendosi conto che queste lacune non li distinguono ma li massificano. Giorgio Bocca ha asserito di aver abbandonato dopo poche pagine sia il mio ultimo romanzo che il Don Chisciotte, e trabocco di gratitudine per questo immeritato apparentamento. D’altra parte a leggere troppo, come Don Chisciotte, va il cervello in acqua.
Questa inchiesta è stata secondo me di grande interesse per i lettori comuni. Essi infatti (se sono lettori e non analfabeti di ritorno) vivono sempre nell’angoscia di non avere letto qualcosa che secondo la voce comune è essenziale avere letto; e scoprire che tanti nomi illustri confessano carenze abissali non poteva che confortarli.
Tuttavia mi rimane un sospetto, e un timore. Che i lettori comuni attribuiscano queste dichiarazioni a snobismo (pensando che di fatto gli interrogati abbiano letto di nascosto quello che fanno finta di non aver letto). Se così fosse i lettori comuni non solo non avrebbero superato il loro complesso di inferiorità, ma anzi lo avrebbero accresciuto, perché si scoprirebbero esclusi dal numero di quegli eletti che possono dire senza vergogna di non aver mai letto D’Annunzio, senza essere per questo considerati come trogloditi.

Ebbene, vorrei confortare i lettori comuni provando come sia vero che tutti quegli intervistati non hanno letto davvero quei libri (e molti altri ancora) aggiungendo che se io avessi dovuto rispondere a quella domanda avrei strabiliato me stesso elencando le opere immortali con le quali non ho mai avuto commercio di amorosi sensi.
Prendete in mano quello che rimane il più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere, trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi. Nell’edizione attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. Rappresentano tutti i libri mai scritti? Per nulla. Basta infatti sfogliare un catalogo di libri antichi (o gli schedari di una grande biblioteca) per vedersi sopraffatti da titoli di ogni genere e sulle più varie materie che il Dizionario Bompiani non registra, altrimenti sarebbe non di cinquemila ma di cinquantamila pagine. Un repertorio del genere registra le opere che costituiscono il Canone, quelle che la cultura ricorda e che considera fondamentali per l’uomo di buona cultura. Le altre rimangono (meritatamente o immeritatamente) riserva di caccia per studiosi specializzati, eruditi, bibliofili.
Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Ed è inutile dire che, dovendo scegliere, almeno Cervantes bisognava leggerlo. E perché? E se per un lettore fossero stati molto più importanti e urgenti Le mille e una notte (tutte) o il Kalevala? Inoltre non si considera che, per i lettori di tempra migliore, quando si ama un’opera la si rilegge più volte lungo il tempo, e coloro che abbiano riletto quattro volte Proust hanno sottratto una infinità di ore alla lettura di altri libri, probabilmente meno essenziali per loro.
E quindi si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

Da una Bustina di Minerva del 1997

 

 

 

 

Libri da consultare e libri da leggere

Giorni fa, lavorando distrattamente di zapping, sono caduto su un canale dove andava in onda una sorta di lungo spot, o di annuncio di una trasmissione a venire. Ho l’impressione che fosse sulla Quattro o sulla Cinque, ma non ne sono sicuro (e questo conferma quanto sia più ideologicamente indifeso il telespettatore rispetto al lettore di giornali il quale sa sempre con esattezza chi gli sta parlando). Si stavano pubblicizzando i prodigi del Cd-rom, e cioè di questi dischetti ipermediali che ci possono dare l’equivalente di una intera enciclopedia, con colori, suoni, e possibilità di istantanei collegamenti tra argomento e argomento. Siccome sto facendo qualche esperienza in questo campo, e quindi conosco l’argomento, seguivo distrattamente. Sino a che, a un certo punto, ho udito fare anche il mio nome: si stava dicendo che io affermerei che questi dischetti sostituiranno definitivamente i libri.

Nessuno, a meno che non sia paranoico, può pretendere che gli altri leggano tutto quello che scrive, ma almeno può sperare che non gli facciano dire il contrario, specie se lo stanno usando, illecitamente, come “testimonial” di qualcosa. Sta di fatto che vado ripetendo ai quattro venti che il Cd-rom “non” potrà sostituire il libro.

Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere, i primi (il prototipo è l’elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio, in casa e nelle biblioteche pubbliche, per i libri da leggere (che vanno dalla Divina Commedia all’ultimo romanzo giallo).

I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la Divina Commedia, anche solo un’ora al giorno, su un computer, e poi mi fate sapere.

Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l’essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quel che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un’altra faccenda.

L’umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia. Ce ne possono essere di grandissimi, ma per lo più hanno funzione di documento o di decorazione; il libro standard non deve essere più piccolo di un pacchetto di sigarette o più grande de L’Espresso. Dipende dalle dimensioni della nostra mano, e quelle, almeno per ora, non sono cambiate, con buona pace di Bill Gates.

E’ vero che la tecnologia ci promette delle macchine con cui potremmo esplorare via computer le biblioteche di tutto il mondo, sceglierci i testi che ci interessano, averli stampati in casa in pochi secondi, nei caratteri che desideriamo, a seconda del nostro grado di presbiopia e delle nostre preferenze estetiche, mentre la stessa fotocopiatrice ci fascicola i fogli e ce li rilega, in modo che ciascuno possa comporsi delle opere personalizzate. E allora? Saranno scomparsi i compositori, le tipografie, le rilegatorie tradizionali, ma avremmo tra le mani, ancora e sempre, un libro.

Da una Bustina di Minerva del 1994

 

 

 

 

Come giustificare una biblioteca privata

Di solito, fin da piccolo, sono stato esposto a due (e due sole) sorte di battute: “Tu sei (lei è) quello che risponde sempre” e “Tu risuoni (lei risuona) nelle valli”. Per tutta l’infanzia ho creduto che, per un caso curioso, tutte le persone che incontravo fossero stupide. Poi, arrivato alla mia tarda età, ho dovuto convincermi che ci sono due leggi a cui nessun essere umano può sottrarsi: la prima idea che viene in mente è la più ovvia, e avuta una idea ovvia, non viene in mente che altri possano già averla avuta prima.

Dispongo di una collezione di titoli di recensioni, in tutte le lingue di ceppo indoeuropeo, che si muovono tra “L’eco di Eco” e “Un libro che fa eco”. Salvo che in questo caso ho il sospetto che questa non sia la prima idea che è venuta in mente al redattore; è che la redazione si è riunita, ha discusso una ventina di titoli possibili, e finalmente il caporedattore si è illuminato in volto e ha detto: “Ragazzi, mi è venuta una idea fantastica!” E i collaboratori. “Capo, sei un demonio, come è che ti vengono?” “È un dono,” avrà risposto.

Con questo non voglio dire che la gente sia banale. Prendere come inedita, inventata per illuminazione divina, una ovvietà, rivela una certa freschezza di spirito, un entusiasmo per la vita e la sua imprevedibilità, un amore per le idee – per piccole che siano. Ricorderò sempre il mio primo incontro con quel grande uomo che è stato Erving Goffman: lo ammiravo e amavo per la genialità e profondità con cui sapeva cogliere e descrivere le più sottili sfumature del comportamento sociale, per la capacità con cui sapeva individuare tratti infinitesimali che a tutti erano sfuggiti sino ad allora. Ci siamo seduti in un caffè all’aperto e dopo un poco, guardando la strada, mi ha detto: “Sai, io credo che ormai nelle città circolino troppe automobili.” Forse non ci aveva mai pensato, perché pensava a cose ben più importanti; aveva avuto una illuminazione improvvisa e la freschezza mentale per enunciarla. Io, piccolo snob avvelenato dalla Seconda inattuale di Nietzsche, avrei avuto ritegno a dirlo, anche se lo penso.

Il secondo shock da ovvietà sopravviene a molti che si trovano nelle mie condizioni, che cioè posseggono una biblioteca abbastanza vasta – tale che entrando in casa nostra non si può fare a meno di notarla, anche perché non c’è altro. Il visitatore entra e dice: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” All’inizio ritenevo che la frase rivelasse solo persone di scarsa dimestichezza con il libro, aduse a vedere solo scaffaletti con cinque gialli e una enciclopedia dei ragazzi a dispense. Ma l’esperienza mi ha insegnato che la frase viene pronunciata anche da persone insospettabili. Si può dire che si tratta pur sempre di persone che hanno una nozione dello scaffale come deposito di libri letti e non della biblioteca come strumento di lavoro, ma non basta. Ritengo che di fronte a molti libri chiunque sia preso dall’angoscia della conoscenza, e fatalmente scivoli verso la domanda che esprime il suo tormento e i suoi rimorsi.

Il problema è che alla battuta “Lei è quello che risponde” basta reagire con un risolino e al massimo, se si vuol essere gentili, con un “Buona, questa!” Ma alla domanda sui libri occorre rispondere, mentre la mascella si irrigidisce e rivoli di sudore diaccio colano lungo la colonna vertebrale. Io un tempo avevo adottato la risposta sprezzante: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?” Ma è una risposta pericolosa perché scatena l’ovvia reazione: “E dove mette quelli che ha letto?” Migliore è la risposta standard di Roberto Leydi: “Molti di più, signore, molti di più”, che gela l’avversario e lo piomba in uno stato di stuporosa venerazione. Ma la trovo impietosa e ansiogena. Ora ho ripiegato verso l’affermazione: “No, questi sono quelli che debbo leggere entro il mese prossimo, gli altri li tengo all’università”, risposta che da un lato suggerisce una sublime strategia ergonomica, e dall’altro induce il visitatore ad anticipare il momento del congedo.

Da Il secondo diario minimo

 

 

 

 

Leggere i libri coi polpastrelli

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione.

Poi un giorno accade che prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggerlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse alfabeto Braille. Io sono seguace del CICAP e non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso sì, anche perché non ritengo che il fenomeno sia paranormale: è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava o spolverava vi si gettava uno sguardo, si leggeva la bandella di copertina, si apriva qualche pagina a caso, e così poco per volta se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

In verità credo che siano vere tutte e tre le spiegazioni che interagiscono tra loro. Si leggono altri libri, senza accorgercene leggiucchiamo anche quello, e anche soltanto a toccarlo qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, ci parla di un’epoca, di una ambiente. Tutti questi elementi messi insieme ‘quagliano’ miracolosamente e concorrono tutti insieme a renderci familiari a quelle pagine che, legalmente parlando, non abbiamo mai letto.

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Da una Bustina di Minerva del 1998

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4 commenti on “Come giustificare una libreria privata con un milione di libri”

  1. […] ECO, “Quanti libri non abbiamo letto?“, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, […]

  2. […] ECO, “Quanti libri non abbiamo letto?”, La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, […]

  3. […] tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla […]

  4. […] tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla […]


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