Lay and Love dei Pezzi di Merda

A quanto vedo in questo momento, non ci sono ancora molte informazioni disponibili sulla colonna sonora del film This must be the place di Paolo Sorrentino su Internet, o non sono ancora del tutto facilmente accessibili.

In particolare ho fatto fatica a trovare una traduzione (che non ho trovato) e notizie della canzone dei “Pezzi di merda” dei primi minuti del film, “Lay & Love”. In altre parole quella dei primi 50 secondi secondi circa del Trailer ufficiale:

Tutta la colonna sonora non è niente male, e anche il pubblico pare che abbia apprezzato, infatti è finita presto nella top5 dei dischi più venduti su iTunes: qui un post su ilpuntomagazine.it, qui su megamodo.com e qui un articoletto su Elle.it.

 

 

Quanto al brano “Lay & Love” del film, si tratterebbe di una cover leggermente più svelta e pimpante di questo pezzo altrettanto stupendo del cantautore americano Will Oldham:

Il pezzo si trova all’interno dell’album The Letting Go, che Oldham ha firmato con lo pseudonimo Bonnie Prince Billy e che è finito tra i migliori 200 album del decennio 2000 – 2010 secondo pitchfork.com.

 

 

Il testo della canzone è circa il seguente:

 

 

From what I’ve seen, you’re magnificent
You fight evil with all you do
Your every act is spectacular
It makes me lay here and love you

From what I hear, you are generous
You make sunshine and glory too
When you walk in things go luminous
It makes me lay here and love you

From what I know, you’re terrified
You have mistrust running through you
Your smile is hiding something hurtful
It makes me lay here and love you

It makes me lay here and love you
I’m filled with violet and red and blue
I have a feeling from what I do
That you might lay there and love me too

 

 

Il testo l’ho preso dal sito Metrolyrics.com a questo indirizzo.

 

 

Ho fatto una traduzione senza pretese del testo della canzone. E’ mia e potrebbe risultare approssimativa, quindi eventualmente non date la colpa ad altri:

 

 

Da quello che ho visto, sei magnifica
Combatti il male con tutto quello che fai
Ogni tua singola azione è straordinaria
E ciò mi fa stare sdraiato qui e mi fa amarti

Da quello che sento, sei generosa
Porti anche la luce del sole e lo splendore
Quando arrivi le cose si illuminano
E ciò mi fa stare sdraiato qui e mi fa amarti

Da quel che so, sei spaventata
Stai provando diffidenza
Il tuo sorriso sta nascondendo qualcosa che fa male
E ciò mi fa stare sdraiato qui e mi fa amarti

E ciò mi fa stare sdraiato qui e mi fa amarti
Sono colmo di violetto e rosso e blu
Ho una sensazione da quello che faccio:
Che anche tu potresti sdraiarti là e amarmi

 

 

Se ho fatto qualche grave errore, segnalatemelo, grazie.

 

 

Qui c’è un articolo di The New Yorker su Bonnie Prince Billy, cui vale la pena dare uno sguardo, e qui il suo sito ufficiale.

 

 

Dedicato a Mariolina.

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Eri il migliore, Blue!

Un ingenuo e stupido film americano può insegnare qualcosa nonostante tutta la sua scempiaggine e per mezzo di essa. Un film inglese imbecille e scaltrito non può insegnare niente. Ho tratto spesso un insegnamento da un film americano stupido.

1947

da Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, pagina 112, quinta edizione

 

 

Quando mi capita di vedere un film americano leggero, a patto che non sia un B movie, mi viene sempre in mente questa frase. In realtà può valere bene anche per film del resto del mondo, anziché solo inglesi.

 

 

Mi scordo sempre di segnarla sul libro, una fatica per ritrovarla, ma chessa vld l’agghie screv prpr sop o blog, giacché stec (tradotto: questa volta la devo scrivere proprio sul blog, visto che mi ci trovo; vedere l’About), ho pensato.

Ovviamente nel 1947 non poteva essere affatto la stessa cosa e non poteva avere le stesse dimensioni, ma credo che il cinema americano leggero abbia mantenuto alcune caratteristiche nel tempo. Quindi mi permetto di violentare la citazione.

 

 

In altre parole al 99% io mi aspetto in un film americano: numero uno che finisca bene, numero due che da qualche parte racconti, partendo da una situazione altamente svantaggiosa, un percorso di crescita e di miglioramento trionfale di almeno un personaggio, numero tre (per le commedie, per i film leggeri pesi piuma) che abbia almeno qualche nuova idea su cui ridere.

 

 

E lo trovo giustissimo. In questo genere (e solo in questo in verità) è così che vengono meglio, che si fanno a regola d’arte.

A quali sto pensando per esempio? Per le commedie e i film leggeri pesi piuma sto pensando a Old School, in cui ci sono alcune idee a mio avviso da scompisciare

e, in misura assai minore, a Maial College.

Vi sembra che siano la stessa cosa di questo?

Volevo parlare di un altro tipo di film stupidi, in particolare ero partito con L’apprendista stregone VS Wild Target, ma mi è venuto in mente Blue di Old School e non ho resistito.

E poi vuoi mettere: in questo modo in questo post compaiono insieme Maial College e Ludwig Wittgenstein.

 

 

PS: questo post non è in alcun modo collegato con la morte di Steve Jobs, è stato scritto prima.


Chi è Hemingway? Non è il regista di Ladri di biciclette

Era da un po’ di tempo che avevo un gruppuscolo di libri che non si faceva leggere. Nel senso che ce n’erano altri che m’attiravano di più, e quindi me li tenevo, diciamo così, in coda.

A un certo punto ho deciso di risolvere questa fastidiosa situazione e d lvell da nanz aij ucchij (tradotto: di toglierli da davanti agli occhi; vedere la pagina About).

Ebbene mi sono sorbito Paulo Coelho (Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto: ho pianto anche io nel leggerlo, non per gli stessi motivi, e mi sono riservato pure di gridare ogni tanto AMEN a voce alta; eppure giuro che ho cercato di leggerlo senza pregiudizi), poi ho preso Kawabata (Il paese delle nevi, niente male, avevo sbagliato a rimandare, è anche breve) e poi Il testamento Donadieu di Georges Simenon (non è un giallo con Maigret e gli è riuscito più che bene).

Poi è stata la volta di un volume che è capitato solo per caso tra i miei scaffali. Qualcuno lo deve aver regalato a mia madre e mia madre per tutta risposta l’ha sbattuto sugli scaffali della veranda, destinati alla roba che può ingiallire impunemente (nel senso che può ingiallire senza che io insegua mia madre con un randello). Un giorno mi è capitato sotto gli occhi, ho deciso che era peccato lasciarlo là e l’ho riportato in casa, nella mia libreria.

Si tratta di Gli scritti costieri di Gabriel Garcia Marquez, una raccolta di suoi articoli pubblicati su alcuni giornali, del periodo in cui ha vissuto tra Cartagena e Barranquilla (in Colombia). Siamo tra il 1948 e il 1952, quindi aveva tra i 21 e i 25 anni circa, insomma si tratta proprio di esordi. E si vede. Credo che non avrebbe tutti i torti se volesse vedere sparire dalla circolazione alcuni brani del 1948, roba da liceale scarso.

Anche l’ispanista Jacques Gilard, che ha curato l’opera, nell’introduzione dice (a pagina XXXVII, I edizione gennaio ’97):

“[…] Sta di fatto che nella sua produzione giornalistica del 1948, soprattutto quella che va da maggio a luglio, l’influenza formale tipica del piedracelismo (una scuola poetica colombiana NdA) produce risultati negativi. Devono rimanere fuori da quest’ottica i testi del 3 giugno, del 4 e 6 luglio, veri e propri poemi in prosa (riuscitissimi), ma quelli propriamente giornalistici mostrano spesso uno stile troppo manierato; e greve di goffaggini da un punto di vista giornalistico. E’ uno stile troppo letterario e poetico, nell’accezione peggiore dei termini. Garcia Marquez cerca senza tregua di costruire audaci e brillanti metafore che cadono spesso nella facilità e nell’arbitrarietà dell’ossimoro. C’è una continua ricerca di immagini, un instancabile tentativo di istituire rapporti irrazionali fra parole e oggetti. Parole e oggetti che si presumono poetici: l’aggettivo frutal (fruttale), per esempio, ricorrente a Cartagena e che ricomparirà molto di rado a Barranquilla. La vertebra è un’altra parola – e un’idea, e un motivo – ripetutamente usata. Anche la viola compare abbastanza spesso nei suoi primi testi (così come nei primi racconti), associata alla morte, mentre evidentemente si tratta di un fiore che non ha nulla a che vedere con autentiche esperienze tropicali, e si può arrivare a sospettare che a quel tempo Garcia Marquez non avesse mai visto una viola vera. […]”

Giusto per rendere l’idea, sul dizionario De Mauro (I edizione) la parola “fruttale” non esiste proprio, infatti, se ci fosse, si dovrebbe trovare tra “fruttaiolo” e “fruttare”, ma non è così, non c’è niente in mezzo.

Se poi Garcia Marquez non debba farsi una risata nel rileggere questo suo brano del ’48, beh sì, se la deve fare (a pagina 19):

“[…] Le navi del fazzolettone, travolte dalla forza del vento contrario, vivono sempre la loro disfatta. La negra guarda l’orologio. Estrae uno spechietto dalla borsa e con femminile maestria si sistema il fazzolettone che rimane aderente alla sua chioma indomita. Adesso il vento passa imprimendo alle imbarcazioni una lieve oscillazione dal mare quieto. La negra lo sa e sorride contenta, con un ampio e affilato sorriso sfolgorante come un machete.

Noi passeggeri abbiamo l’impressione che tutte le navi del mondo abbiano attraccato al molo della sua vanità. […]”

In realtà non è ovviamente (e fortunatamente) tutta così la raccolta. Verso il 1950 gli articoli si fanno godibilissimi e ho cominciato ad avere piacere nel leggere recensioni e commenti ad eventi accaduti in quel periodo.

Per esempio c’è un articolo su Ernest Hemingway del giugno 1950, in occasione dell’uscita del suo romanzo Di là dal fiume e fra gli alberi. Non ci azzecca proprio alla grande, infatti scrive (a pagina 231):

“[…] Si può essere sicuri che la fama di Hemingway finirà molto prima del conto in banca dei suoi eredi e forse quando non sarà ancora svanita la stravagante collezione di cani e gatti che lo scrittore tiene nel suo palazzo all’Avana. […]

[…] Hemingway, con la sua vita degli ultimi anni, non ha fatto altro che accelerare la digestione di quel poco di gloria che gli è toccato, per essere sicuro che, al momento della sua morte, se la porterà via tutta intera, equamente e abbondantemente distribuita in ognuno dei cinque sensi.”

Ma a parte queste curiosità, a un certo punto, nell’ottobre del 1950, compare una recensione davvero interessante, e con cui io mi trovo assai d’accordo, di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, che merita di essere trascritta completamente e che fa meritare al libro tutto questo post sul blog (da pagina 315):

Titolo: Ladri di biciclette

Il film di Vittorio De Sica – attualmente proiettato in una sala della città – fa pensare molto ai progressi e alle possiblità dell’arte cinematografica. Gli italiani stanno facendo cinema per strada, senza studi, senza trucchi scenici, come la vita stessa. E come la vita stessa si svolge l’azione in Ladri di biciclette, che può essere definito, senza timore di esagerare, il film più umano che sia mai stato girato.

Nella stremata Italia del dopoguerra, una bicicletta si trasforma nell’unica condizione perché un uomo, sua moglie e il loro bambino di nove o dieci anni sopravvivano all’angoscioso momento in cui si ritrovano a lottare. Nel film, la bicicletta si trasforma in un mito, in una divinità con ruote e pedali grazie al cui contributo – e solo con questo – l’uomo vincerà la sua fame. Dalla semplicità del titolo sino alla terribile semplicità del finale, il film di De Sica non è altro che l’angosciosa ricerca di una bicicletta rubata nelle vie di Roma, dove prolifera un vertiginoso, abissale mercato di biciclette, durante la domenica più lunga e spietata che un uomo abbia mai vissuto. Un mio conoscente, insoddisfatto dello spettacolo, mi diceva: <<E’ una gran stupidaggine. Un uomo che cerca una bicicletta per tutto il film e alla fine viene fuori che non la trova>>.

Credo che questa sia la sintesi più esatta di Ladri di biciclette. Esatta quanto è errata e assurda l’affermazione secondo cui il film sarebbe una gran stupidaggine. Mi piacerebbe che chi ha avuto questa idea si ritrovasse nelle stesse circostanze del protagonista. Sicuramente, senza essere un attore né pretendere di esserlo, interpreterebbee il suo ruolo con la stessa precisione, con la stessa angosciosa naturalezza dell’uomo per il quale la vita si riduce a una bicicletta, che può sembrare insignificante a chi si sia stufato di tutti i divertimenti e decida di rifugiarsi in un cinema, per puro passatempo borghese.

Ladri di biciclette – e il numero di persone che non saranno d’accordo con questa idea è così voluminoso che lo perdo di vista – è un film invulnerabile, uno di quei pochi che non ammettono obiezioni da alcun punto di vista. Coloro che vi hanno preso parte non sono attori professionisti. Sono uomini presi dalle strade di Roma, normali passanti che probabilmente vanno al cinema molto di rado e ignorano i segreti della rappresentazione teatrale, ma che sono così intimamente legati al dramma della vita del dopoguerra, da non avere alcuna difficoltà a cavarsela davanti all’obiettivo. Se a chi recita in Ladri di biciclette fosse stata assegnata una parte in un film western o in un’opera di Shaw, molto probabilmente il film sarebbe stato un fallimento. Ma sono stati presi dalla vita, per un momento, e poi immersi, nella stessa salsa, lì dove l’unico elemento strano erano gli obiettivi e gli altri marchingegni tecnici. Ma nulla di più.

La recitazione del bambino non può essere definita altrimenti che geniale. Ormai divenuto un ricordo, si dubita ancora che tutto quanto gli si è visto fare in Ladri di biciclette si sia svolto sullo schermo. E sarebbe interminabile analizzare le innumerevoli scene, piene di vivida drammaticità, che sarebbero bastate perché questo film, che tante proteste e così scarse manifestazioni d’entusiasmo ha suscitato in città, fosse straordinario e indimenticabile.