Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte, il vitalizio e nessuno si permetta di cancellare i Comuni di Faeto e Celle di San Vito – Commenti alle 100 proposte #3

L’intenzione iniziale, quando ho cominciato a scrivere il primo post su Matteo Renzi e Pippo Civati, era di fare una rapida panoramica sulla nascita e lo sviluppo dell’attività politica dei cosiddetti rottamatori, partendo dall’intervista di Renzi dell’agosto 2010, per poi passare a commentare le 100 proposte pubblicate alla fine dell’evento Big Bang alla Stazione Leopolda del 28, 29 e 30 ottobre 2011.
Il fatto è che la ricostruzione dello sviluppo dell’attività politica dei rottamatori si è rivelata in realtà più lunga del previsto e così le ho dovuto dedicare due post. Adesso finalmente posso parlare delle 100 proposte.

Prima però riassumo gli avvenimenti richiamati nei post precedenti (Storia incompleta dei rottamatori Parte Prima e Parte Seconda):

– nell’agosto del 2010 Matteo Renzi rilascia la famosa intervista in cui dice che “dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”, nascono i cosiddetti rottamatori;

– nel settembre del 2010 Matteo Renzi e Pippo Civati annunciano la preparazione di un evento in cui discutere di nuove idee per il PD e per il Paese;

– tale evento si chiama Prossima Fermata: Italia, si tiene il 5,6 e 7 novembre 2010 alla Stazione Leopolda di Firenze ed è un grande successo;

– all’inizio di dicembre 2010 Matteo Renzi vede Berlusconi ad Arcore e l’avvenuto incontro viene rivelato da Repubblica e Libero prima dello stesso Renzi, cominciano i primi disaccordi con Pippo Civati;

– forse Renzi nei due mesi successivi alla convention della Stazione Leopolda non si impegna troppo nel movimento Prossima Fermata: Italia sorto da essa, nei primi di gennaio 2011 fa delle dichiarazioni in cui avverte o auspica di non fare dei rottamatori una corrente del PD, negli stessi giorni dice di essere dalla parte di Marchionne e diserta sia la predirezione PD organizzata da Civati del 12 gennaio 2011, sia l’evento di Bologna del 16, che pure aveva progettato lui stesso, Civati non nasconde il suo forte disappunto per tutto ciò;

– nel giugno 2011 Renzi dichiara di non sostenere completamente il referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, opta per un no sull’acqua, ancora disaccordo con Civati;

– nel luglio del 2011 Renzi dice in un’intervista a Sportweek che i dipendenti comunali di Firenze «Chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento», scoppia la polemica con i sindacati e incassa i complimenti di Brunetta;

– nell’agosto 2011 Civati rilascia delle interviste e si scrivono degli articoli sul logoramento del rapporto tra Renzi e Civati. Civati sostiene di aver condiviso “poche delle cose che Renzi ha detto in quest’ultimo anno”;

– il 28, 29 e 30 ottobre 2011 si tiene l’evento Big Bang alla Stazione Leopolda di Firenze e si rendono pubbliche le 100 proposte. Civati va a trovare a sorpresa Renzi durante la convention.

Dopo la pubblicazione delle 100 proposte, scaricando il file pdf della lista dal sito ufficiale dell’evento, ci si accorge che figura come autore del documento Giorgio Gori, che è stato tra l’altro tra i partecipanti più attivi alla convention. Giorgio Gori poi conferma che per scriverle è stato usato il “suo Mac”, ma “le proposte sono invece venute da molte fonti diverse”. C’è stata sostanzialmente una disattenzione nel non cambiare le proprietà (tra cui il nome dell’autore) che assegna di default l’editor di testi, tuttavia molte persone hanno commentato ironicamente questo fatto, visto che Giorgio Gori è stato direttore di Canale5 e di Italia1. In ogni caso adesso il documento è stato modificato.

Per tutte le fonti e ulteriori dettagli leggere i post precedenti Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte e gli operai Volkswagen – Storia incompleta dei rottamatori #1 e Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte, Brunetta, Giorgio Gori e Uan di Bim Bum Bam – Storia incompleta dei rottamatori #2.

 

 

Molte delle 100 proposte presentate dopo Big Bang sono idee che sono in verità in circolazione forse da diversi anni e che, per mancanza di sufficiente appoggio politico, per difficoltà di realizzazione, perché premature o per altre cause (possono anche fare schifo), non sono ancora andate in porto.
Non ci trovo spesso niente di strano e niente di sbagliato in questo fatto. Non vuol dire per forza ed esattamente che sono state copiate sane sane da altre iniziative politiche, si deve tenere presente che a volte si presentano alcune necessità per il Paese che sono avvertite indipendentemente da più movimenti. In altre parole per esempio le proposte collegate alla necessità di ridurre i costi della politica non me la sento di lasciarle in esclusiva custodia del Movimento 5 Stelle. Probabilmente proposte del genere verrebbero anche a quattro pensionati seduti a un tavolo il pomeriggio a giocare a scopone, e possiamo togliere il condizionale, volendo.
Oltre che, tra le altre cose, alcuni progetti e idee necessitano dell’appoggio di più, chiamiamoli così, gruppi politici.

In conclusione commentare le idee di Big Bang significa anche commentare alcune idee più o meno diffuse, che sono spesso nell’aria da un bel po’  e che sono sostenute anche indipendentemente dalla kermesse lanciata da Renzi.

 

 

Le 100 proposte sono divise in cinque macroaree, infatti, riprendendo l’aspetto e lo schema della pagina Big Bang, con i link che puntano direttamente alla fonte, ci sono:

RIFORMARE LA POLITICA E LE ISTITUZIONI

FAR QUADRARE I CONTI PER RILANCIARE LA CRESCITA

GREEN, DIGITAL, CULTURA E TERRITORIO:
LE NUOVE LEVE PER LO SVILUPPO

DARE UN FUTURO A TUTTI

PER UNA COMUNITA’ SOLIDA E SOLIDALE

Ho archiviato le pagine delle proposte, in modo da rendere permanente la possibilità di consultare le pagine.
Riformare la politica e le istituzioni (gialle): pagina 1, pagina 2, pagina 3.
Far quadrare i conti per rilanciare la crescita (arancioni): pagina 1, pagina 2, pagina 3, pagina 4, pagina 5.
Green, Digital, Cultura e Territorio (viola): pagina 1, pagina 2, pagina 3.
Dare un futuro a tutti (verdi): pagina 1, pagina 2.
Per una comunità solida e solidale (blu): pagina 1, pagina 2.

 

 

Vediamo quelle gialle.

 

 

1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
Cominciamo dalla testa. Il Parlamento, la sede della rappresentanza in cui si riflette la sovranità popolare, è oggi tra le istituzioni più denigrate e discreditate, anche perché è inefficiente. Quasi mille componenti e due camere che fanno lo stesso mestiere, entrambe titolate a dare e togliere la fiducia al Governo, con due serie di Commissioni che operano sulle stesse materie, due filiere dirigenziali, doppie letture su tutte le leggi, non hanno nessuna giustificazione. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone. Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge su cui la Camera elettiva si esprime in ultima istanza a maggioranza qualificata.

3 – La politica non sia la via breve per avere privilegi e una buona pensione.
Aboliamo tutti i vitalizi per i Parlamentari e i Consiglieri regionali. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari devono essere portate alla media europea, distinguendo nettamente le indennità dalle risorse messe loro a disposizione per l’esercizio dell’incarico, che devono essere amministrate dagli uffici del Parlamento.

Commento: del dimezzamento del numero dei parlamentari si parla da almeno 10 anni, come testimoniano questo articolo del 2000 di Repubblica e questo su RadioRadicale.it.
A un certo punto, a partire circa da luglio di quest’anno, gli italiani hanno assistito a un fiume di dichiarazioni di intenti, un tripudio di buoni propositi, un uragano di sintonia e di tutto e di più, da parte di politici di più o meno tutte le formazioni politiche su questo argomento. Si sono detti favorevoli, o hanno addirittura sollevato la questione: Berlusconi (dal Corriere), Alfano (da tg24.sky.it), Calderoli (da Il Giornale), Fini (da Repubblica), Veltroni (dal Corriere), Bersani (da L’Unità), Finocchiaro (stesso link di Veltroni). Insomma la cosa sembrava che dovesse andare a gonfie vele e che l’affare si dovesse chiudere in quattro e quattr’otto. E invece no. I disegni di legge che riguardano l’argomento si sono presto arenati per quisquilie burocratiche oppure hanno drasticamente ridotto il taglio previsto all’inizio, come confermano questo articolo su La Stampa, questo su Panorama e questo su Repubblica, tutti di settembre.

 

 

A proposito dei vitalizi si è all’incirca ripetuta la stessa cosa del dimezzamento dei parlamentari, con la differenza forse di qualche modesto successo.
Già nel 2001 si parlava di irrigidimento delle norme sul diritto al vitalizio e si fece qualche (direi microscopico) passettino, come mostra questo articolo di allora del Corriere.
Coraggiosamente nel settembre del 2010 il deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori, si azzardò a proporre un ordine del giorno sull’abolizione dei vitalizi. La Camera votò. Risultati? Eccoli:
“Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge.
Presenti 525
Votanti 520
Astenuti 5
Maggioranza 261
Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498”
Ho preso il testo tra virgolette dal post dedicato all’accaduto sul sito personale di Borghesi.
Dopo questa votazione sembra che non se ne sia parlato per un po’, fino a quando in giugno La Stampa ha pubblicato, con un articolo firmato da Carlo Bertini, una tabella sulle differenze tra i vitalizi dei parlamentari italiani e quelli francesi, tedeschi, britannici ed europei. L’articolo ha avuto una certa risonanza e ha innescato molte polemiche, come conferma questa pagina su tg24.sky.it.
Ho trovato l’articolo in questione, comparso su La Stampa del 23 giugno 2011, sulla pagina del Presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna Matteo Richetti a questo indirizzo e su questa pagina di IlCorriereBlog.it.
Questa la tabella comparativa presente nell’articolo di Carlo Bertini (che si può trovare al link appena segnalato) su La Stampa del 23 giugno 2011, si ringrazia dunque La Stampa per l’immagine (cliccare per ingrandire):

Dopo qualche settimana la proposta di abolire i vitalizi è nuovamente rimbalzata in Parlamento e pare che almeno la Camera li abbia aboliti, ma solo dalla prossima legislatura. Per i deputati di questa e di quelle precedenti varrebbero ancora le regole vecchie. Fonti: questo articolo e quest’altro su Repubblica.
Ma, come fa notare questo “divertente” articolo di L’Espresso, non bisogna mai sottovalutare l’importanza del vitalizio per il parlamentare.

 

 

Quanto alla diminuzione dei parlamentari, io sono completamente d’accordo, anche se forse sarebbe più sensato il taglio delle indennità. Infatti tagliando della metà l’indennità dei parlamentari si risparmia lo stesso all’incirca che tagliando il loro numero della metà, ma si evita di impoverire la rappresentatività democratica delle Camere. Un taglio del 50% dell’indennità è stato effettivamente presentato di recente, ed è stato bocciato (fonti: qui su Repubblica e qui sul Corriere). In ogni caso anche una riduzione del loro numero di come minimo il 20% sarebbe necessario.

 

 

Quanto alla proposta di adottare un sistema unicamerale, io ci penserei un po’ di più. E’ vero che c’è bisogno di più velocità in questo momento e ancora di più ce ne vorrà in futuro, ma l’Italia è un Paese di 60 milioni di abitanti e forse un Senato ridotto a cameretta per gli ospiti non va bene. Sicuramente ci si potrebbe ispirare alla Germania o agli Stati Uniti, che usano un altro sistema bicamerale e si potrebbe abbandonare il bicameralismo perfetto in vigore in questo momento in Italia. Ma passare all’unicamerale forse è troppo, persino i singoli Stati che compongono gli Stati Uniti sono dotati il più delle volte di due Camere (esempio: New York State con l’Assembly e il Senate).
Se facciamo per esempio una lista dei sistemi di Paesi ricchi e con popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti, per esempio Stati Uniti, Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Australia, Corea del Sud, Giappone, Canada, Spagna, di questi soltanto la Corea del Sud ha una sola Camera, l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Corea. Fonti: siti istituzionali dei vari Paesi; la voce in inglese di Wikipedia bicameralism può essere utile.

 

 

2 – Le elezioni diano potere ai cittadini non ai segretari di partito.
Per ridare autorevolezza al Parlamento bisogna innanzitutto abolire il “Porcellum”, l’attuale legge elettorale che consente la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie dei partiti, tornando ai collegi uninominali.

Commento: questo è assolutamente pacifico e la raccolta firme per indire il referendum per abolirlo ha già raggiunto l’obiettivo, come si può vedere dal sito referendumcontroporcellum.it.

 

 

4 – Un costo standard per le Regioni.
Oggi i Consigli delle varie Regioni hanno costi sproporzionati, che variano moltissimo senza nessuna giustificazione. Non sono legati alla dimensione dei territori che i Consigli dovrebbero rappresentare e nemmeno al numero dei loro componenti. Si va dai 35 milioni di euro dell’Emilia-Romagna agli oltre 150 milioni di euro della Sicilia. I consiglieri regionali devono avere un compenso e, chiaramente distinto da questo, un budget per le attività di servizio uguali in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali fissandolo ad un valore compreso tra gli 8 e i 10 euro annui per abitante.

Commento: l’idea del “costo standard” è stata applicata o si desidera applicarla ai Sistemi Sanitari delle Regioni per controllarne meglio la spesa. Fa parte di alcuni provvedimenti sul federalismo fiscale. Forse la sua applicazione alla spesa per le assemblee legislative regionali sarebbe anche più sensata, non trovo cattiva questa proposta.
Fonti e per altre informazioni: questo articolo su Repubblica, questo sul Corriere, questo su Il Sole 24 Ore e questo su saluteinternazionale.info.

 

 

5 – Abolizione delle province.
Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.

Commento: sono almeno cinque anni che se ne parla con una certa frequenza, come mostra questo articolo del 2006 di L’Espresso.
L’Italia dei Valori si sta impegnando molto in questa direzione e in luglio propose direttamente di abolirle in Parlamento, ma la proposta non passò, anche per colpa dell’astensione del PD, cui seguirono molte polemiche, fonti: qui su Repubblica e qui sul Corriere.
Fa anche parte del programma del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, invece sembra essere ostacolata particolarmente dalla Lega Nord, fonti: i due articoli precedenti su Repubblica e Corriere.
L’impressione è che prima o poi le province verranno abolite, o almeno alcune di esse, e direi proprio che sarebbe giusto così.

 

 

6 – L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
I comuni sono il vero pilastro dell’amministrazione tra i cittadini, ma 8100 sono troppi, e tanti tra loro troppo piccoli per gestire i servizi che dovrebbero erogare. Mantenendo salvi i presidi locali e la rappresentanza dei centri minori, dovrebbero raggiungere attraverso unioni o fusioni una dimensione minima di 5.000 abitanti.

Commento: dico subito che trovo questa idea superficiale e cialtrona.
Anche questa proposta fa parte del programma del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e un provvedimento simile è entrato in realtà pochi mesi fa in una bozza della manovra anticrisi di agosto. Nel caso della bozza della manovra anticrisi si trattava di accorpamento obbligatorio dei comuni con meno di 1000 abitanti, fonti: qui un articolo su Repubblica e qui sul Corriere.

 

 

Ma appena si è diffusa la notizia del provvedimento sono cominciate le, io credo assai giuste, proteste.
Il fatto è che, pensando ai tanti piccoli comuni, si potrebbe subito immaginare che questa miriade di consigli comunali, sindaci, assessori, mantenga gente con robusti stipendi, compensi vari e chissà quali gettoni di presenza in cambio della gestione amministrativa di poche anime. Si potrebbe pensare che, non so, un sindaco di un comune qualsiasi, minimo quei 1500 euro al mese netti li porti a casa. E invece non è così. I numeri veri sono questi (valori netti): “da 400 a 800 euro al mese per ogni sindaco, da 40 a 90 euro per ogni assessore e dai 10 ai 20 euro per ogni gettone di presenza dei consiglieri”, fonte: questo articolo sul Corriere. Quante sono le sedute? Le sedute sono 5,6 per esempio per il Comune di Marsaglia, in Provincia di Cuneo, fonte: questo articolo di Panorama. “Il vice sindaco di Panettieri, piccolissimo comune in provincia di Cosenza noto per le antiche tradizioni nella panificazione, guadagna 76 euro al mese, il sindaco ne prende mille. Tutto il consiglio comunale costa 600 euro l’anno”, fonte: questo articolo di Repubblica.

 

 

Uno potrebbe obiettare che tutti insieme chissà quanti soldi fanno. E invece i Comuni sotto i 1000 abitanti, secondo l’ultimo articolo di Repubblica linkato, sono 1963 e costano a tutto il Paese al massimo la gigantesca somma di 5 (cinque) milioni di euro all’anno, cioè al massimo quanto costano 11 parlamentari per tutto l’anno. Se invece consideriamo che molti amministratori dei piccoli Comuni non ritirano i propri simbolici compensi, in pratica 1963 Comuni d’Italia costano quanto 3 (tre) parlamentari all’anno, fonte: questo articolo di Repubblica. Ancora: considerando l’entità della manovra, cioè circa 20-25 miliardi di euro per anno e prendendo anche la somma più piccola, 20 miliardi di euro, l’impatto dell’accorpamento dei piccoli Comuni sul totale sarebbe dello 0,25%! Fonte: ho preso i valori della manovra dal primo articolo del Corriere linkato nel commento. Ancora: il mancato accorpamento invece delle elezioni locali e del referendum è costato allo Stato 700 milioni di euro, se fossero stati risparmiati, 1963 Comuni si sarebbero pagati le spese per 140 anni! Fonte: questo articolo di Repubblica (già segnalato nel commento).

 

 
E’ uno schifo vedere che “si giunge al ridicolo ed all’offesa vergognosa per migliaia di amministratori di piccoli comuni i cui ruoli di consiglieri comunali (19-20 euro lorde a seduta per 3-4 consigli all’anno, e che spesso vengono lasciate nelle casse dei Comuni o devolute in assistenza) e di assessori (nei Comuni sotto i mille abitanti l’indennità di un assessore arriva alla esorbitante cifra massima di 130 euro lorde al mese, quando percepita), vengono indicati come uno dei piatti forti dei tagli ai costi della politica. Indennità che spesso non vengono neppure percepite o che risultano ulteriormente dimezzate quando l’amministratore, come nella maggioranza dei casi per i piccoli Comuni, è un lavoratore dipendente”, parole di Mauro Guerra riportate in questo articolo di L’Unione Sarda.
Aggiungo che i piccoli Comuni sono cosa diversa dalle Comunità Montane, nel caso a qualcuno fosse venuto il dubbio.

 

 

Pensare o aver pensato di sopprimerli è una vergogna. I piccoli Comuni fanno parte della storia d’Italia, custodiscono tradizioni e bellezza maturate nel corso di centinaia di anni.

 

 

Io non voglio vedere scomparire per esempio i piccoli Comuni pugliesi Panni, Motta Montecorvino, Faeto, Isole Tremiti, Volturara Appula e Celle di San Vito (era previsto che succedesse, qui l’articolo sul Corriere).

 

 

Faeto e Celle di San Vito sono due Comuni della Provincia di Foggia immersi nel meraviglioso subappennino dauno e costituiscono l’isola linguistica francoprovenzale di Puglia.

 

 

L’altro posto del mondo dove si parla il francoprovenzale, che adesso viene chiamato più spesso arpitano, è distante circa 800km, ed è l’area comprendente la Francia centrorientale, nei pressi del confine con l’Italia, la Valle D’Aosta, la parte nordoccidentale del Piemonte e la Svizzera occidentale. Si tratta di una delle tre lingue galloromanze insieme al francese e all’occitano, che si parla nella Francia meridionale. Fonte: questa pagina su Arpitania.eu. Sempre ringraziando il portale Arpitania.eu, copio l’immagine della mappa che illustra dove si parla il francoprovenzale, dove figurano incredibilmente separati i due Comuni di Faeto e Celle di San Vito:

L’esistenza di questa peculiarità all’interno della Puglia non è ancora chiara per tutti gli studiosi. L’unico fatto che mette tutti d’accordo è che tra il Duecento e il Quattrocento alcune persone parlanti una lingua galloromanza hanno fondato l’isola linguistica in Puglia.

 

 

Con tutta probabilità il fatto che si siano materializzati a un certo punto delle persone che parlavano una lingua a circa 800km di distanza è da collegarsi con l’arrivo di Carlo I D’Angiò. La superstar capetingia, e ricordiamo che i Capetingi non sono altro che una famiglia aristocratica dei Franchi, che non sono altro a loro volta che una tribù germanica e tra i più numerosi progenitori dei francesi e dei centroeuropei (mitteleuropei, a essere raffinati), scese nel Sud Italia nel 1266 dopo che Papa Clemente IV gli offrì la Corona del Regno di Sicilia in cambio della rinuncia ad almeno la Lombardia e la Toscana. I vari Papi, intimoriti da un sovrano che mirasse a tutta l’Italia, e verosimilmente alla fine anche a Roma, si presero la briga di offrire la Corona del Regno di Sicilia a chiunque promettesse loro di non cominciare poi a conquistare tutta la penisola, cosa che stavano cercando di fare Federico II, il puer Apuliae, e poi suo figlio Manfredi, allora Re di Sicilia.
Carlo I D’Angiò accettò e sconfisse la resistenza di Manfredi a Benevento appunto nel 1266. Quindi dovrebbe essere successo anche che, da quel momento e negli anni successivi, nel tentativo di rinforzare la presenza sua, nuovo Re, e dei suoi compari nel Regno di Sicilia, fece scendere gente dalla Francia per popolare con gente amica e aiutare a controllare pure millitarmente la zona di Lucera e appunto di Faeto e Celle di San Vito.

Un’altra ipotesi, formulata dallo studioso francese vissuto nel Cinquecento Pierre Gilles, è che gli abitanti di Faeto e Celle di San Vito siano i discendenti di una comunità valdese scappata dalla Provenza in seguito a persecuzioni religiose nel Quattrocento, quindi circa 200 anni dopo rispetto all’arrivo supposto dalla prima ipotesi.

Un’altra ancora è che gli abitanti di Faeto e Celle di San Vito debbano il loro idioma galloromanzo a una comunità proveniente da qualcuno dei comuni piemontesi.

Le informazioni di queste righe fanno riferimento alle seguenti fonti: Das Frankprovenzalische in Süditalien di Dieter Kattenbusch (qui la pagina su Google Books), Bilinguismo e diglossia in Italia di Autori vari, Pacini Editore, Alcune considerazioni sulle parlate di Faeto e Celle alla luce di una recente pubblicazione di Tullio Telmon sul “Bollettino dell’Atlante linguistico itaIiano”, serie III, Histoire ecclésiastique des églises vaudoises de l’an 1160 au 1643 di Pierre Gilles, pubblicazioni di Lingua e Storia in Puglia del Centro residenziale di studi pugliesi di Siponto di Michele Melillo (esempio su Google Books), la santissima Wikipedia e qualsiasi libro di testo di Storia delle scuole superiori.

 

 

Vediamo con alcune fotografie come sono questi posti, cominciamo con Faeto.

Faeto

La foto sopra è un panorama con Faeto scattata da Carmine Filomena, su flickr.

Gallucci-9605-S1-033A

La foto sopra è un vicolo di Faeto e la devo a OrigamiKid, su flickr.

La foto sopra invece è la Casa del Capitano a Faeto e devo ringraziare l’utente Notturno_Italiano, che l’ha postata sul forum LaConfraternitadellaPizza in questo topic.

La foto sopra è vico chiuso erario a Faeto e per essa devo ringraziare Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è vico Valentino a Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è stata scattata a Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è Faeto vista da Contrada Grifone e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

Vista serale da Faeto

La foto sopra è un panorama serale da Faeto e la devo all’ottimo Piggei, su flickr.

Paesaggio di Capitanata

La foto sopra è un paesaggio nei pressi di Faeto e la devo ad Antonello Vigliaroli, su flickr.

Vista serale da Faeto

La foto sopra è un altro panorama serale da Faeto e la devo ancora a Piggei, su flickr.

 

 

A Faeto, tra le altre cose, si fa un prosciutto che fa parte dell’elenco nazionale dei Prodotti Tradizionali (qui l’elenco di quelli pugliesi sul supplemento della Gazzetta Ufficiale). Si chiama proprio prosciutto di Faeto ed ha una sua scheda sul sito dei prodotti tipici dell’Assessorato alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia. Qui e qui due salumifici (Moreno e De Luca) che hanno il sito Web.

 

 

Celle di San Vito invece è il più piccolo Comune di Puglia per numero di abitanti e deve parte del suo nome ad una comunità di monaci che, da circa l’anno 1000, si era stabilita a qualche chilometro di distanza in un convento dedicato a San Nicola. Probabilmente per sfuggire alla malaria i monaci si spostarono sulla montagna e costruirono delle cellette dove adesso si trova Celle di San Vito, che successivamente usarono anche come dimore estive. Il convento di San Nicola progressivamente perdette di importanza, fu abbandonato e con esso le cellette. Ma non per sempre, perché, presumibilmente dopo la battaglia di Benevento del 1266, furono occupate dai coloni di lingua francoprovenzale. L’altra parte del nome invece si deve alla presenza del Santuario di San Vito. Fonte: il sito istituzionale di Celle di San Vito.

Celle vista da Faeto

La foto sopra è Celle di San Vito vista da Faeto e la devo al bravissimo Piggei, su flickr.

Mini-market

La foto sopra è stata scattata a Celle di San Vito, si tratta di un minimarket ambulante, e la devo a giogio02, su flickr.

half drowned

La foto sopra è stata scattata a Celle di San Vito e la devo invece a Luca Bos, su flickr.

Celle di San Vito (FG)

La foto sopra è una piazza a Celle di San Vito e la devo ancora a Luca Bos, su flickr.

Celle di San Vito (FG)

Nella foto sopra la chiesa di Santa Caterina a Celle di San Vito, la devo ancora a Luca Bos, su flickr.

Nella foto sopra una croce francoprovenzale a Celle di San Vito. L’ho presa dal sito istituzionale di Celle di San Vito.

Nella foto sopra il Santuario di San Vito a Celle. L’ho presa dal sito istituzionale di Celle di San Vito.

La foto sopra è Celle di San Vito vista da Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è il Monte Cornacchia, il più alto di Puglia, che si trova nelle vicinanze; per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

 

 

Nonostante ci siano delle difficoltà nel cercare di far sopravvivere l’isola linguistica francoprovenzale di Puglia, anche per l’ovvio fatto che gli abitanti di Celle di San Vito e Faeto insieme fanno meno di mille abitanti, non è affatto tutto perduto. Non sono pochi anche gli studiosi che se ne occupano, per esempio la giovane linguista Naomi Nagy, attualmente docente presso la University of Toronto, in Canada, oltre ad aver pubblicato sull’argomento, è pure riuscita a tirare su un progetto, con la collaborazione del Comune di Faeto e i suoi abitanti, per realizzare un minicorso del dialetto!
La pagina del minicorso, che si chiama Parlanne Faitare!, si trova qui.

 

 

L’accorpamento avrebbe cancellato anche altri Comuni storici, come Barolo, in Provincia di Cuneo, che ha dato il nome all’omonimo vino. Fonte: qui su Repubblica.

 

 

Tornando alla bozza della manovra, le proteste furono numerose, le informazioni sull’argomento si propagarono rapidamente e alla fine sembrò esserci anche un certo sostegno dell’opinione pubblica e della stampa; i Piccoli Comuni organizzarono una manifestazione a Roma il 26 agosto di fronte a Palazzo Chigi. Fonti, alcuni link sono stati già segnalati: qui e qui su Repubblica, qui e qui sul Corriere, qui su Il Fatto Quotidiano, qui su Panorama, qui su La Nuova Sardegna.

Le proteste andarono a buon fine e la norma fu fortemente indebolita, rimanendo solo l’obbligo per i Comuni di accorpare e organizzare insieme i servizi fondamentali (fonti: qui su Repubblica, qui sul Corriere, qui su La Stampa e qui su Il Sole 24 Ore). Anche se pare che la norma poi approvata sia abbastanza confusa e stia suscitando comunque malumori nell’ANCI, fonti: qui e qui sul sito dell’ANCI.

 

 

7 – I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici.
Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.

Commento: ricordiamo che in Italia nel 1993 si è tenuto in Italia un referendum, promosso da Marco Pannella, per abolire i finanziamenti pubblici ai partiti e che gli italiani si sono espressi con una percentuale bulgara, il 90,3%, per l’abolizione. Negli anni successivi la volontà popolare è stata gravemente tradita e sono stati introdotti i cosiddetti rimborsi elettorali, una forma leggermente diversa di finanziamento pubblico ai partiti, definitivamente nel 1999 (fonte istituzionale qui). Interessante questo articolo su L’Espresso.

 

 

Io sono per cancellare definitivamente i finanziamenti pubblici ai partiti, anche se forse una porta aperta a una (modesta) reintroduzione andrebbe sempre tenuta, visto che c’è il non insignificante difetto di far andare i partiti e i politici troppo incontro a chi i soldi li potrebbe dare.

 

 

8 – Azzerare i contributi alla stampa di partito.
Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.

Commento: ottima idea. Il Web dà la possibilità ai partiti e ai movimenti politici di avere i propri giornali e tanto altro praticamente a costo zero.

A mio parere un ottimo punto di riferimento per avere informazioni sui finanziamenti pubblici ai giornali di partito è questa puntata di Report, andata in onda il 23 aprile 2006 su Rai Tre e intitolata Il finanziamento quotidiano.

 

 

Sebbene io sia contrario invece a cancellare i contributi pubblici per qualsiasi prodotto editoriale. Ci sono testate e prodotti editoriali che sono patrimonio del Paese e non devono essere perduti, d’altra parte spesso richiedono somme irrisorie. Ma non c’entrano molto con la stampa di partito.

Sul blog Mac e Martello c’è un post sull’argomento.

 

 

Ho finito le proposte contenute nella prima pagina della lista del sito ufficiale di Big Bang e il post è nuovamente troppo lungo. Sono costretto a interrompere, per la terza volta.
Non so se riuscirò a scrivere i commenti alle proposte rimanenti, sarò molto impegnato e mi sto anche allontanando troppo dalla data dell’evento.

 

 

Prima di chiudere, ecco un video carino con Berlusconi che chiama troppo in ritardo a un evento in Calabria e i tecnici, impegnati ormai a smontare l’attrezzatura, si ritrovano con il Presidente del Consiglio al telefono. “Ma tu sta parlannu cu Berlusconi propriu, fammi capire”:


Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte, Brunetta, Giorgio Gori e Uan di Bim Bum Bam – Storia incompleta dei rottamatori #2

Ho dovuto interrompere la scrittura del precedente post perché stava diventando troppo lungo. Avevo promesso che l’avrei continuato, quindi ecco la seconda parte.

Riassumo gli avvenimenti ricostruiti nel post precedente:

– nell’agosto del 2010 Matteo Renzi rilascia la famosa intervista in cui dice che “dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”, nascono i cosiddetti rottamatori;

– nel settembre del 2010 Matteo Renzi e Pippo Civati annunciano la preparazione di un evento in cui discutere di nuove idee per il PD e per il Paese;

– tale evento si chiama Prossima Fermata: Italia, si tiene il 5,6 e 7 novembre 2010 alla Stazione Leopolda di Firenze ed è un grande successo;

– all’inizio di dicembre 2010 Matteo Renzi vede Berlusconi ad Arcore e l’avvenuto incontro viene rivelato da Repubblica e Libero prima dello stesso Renzi, cominciano i primi disaccordi con Pippo Civati;

– forse Renzi nei due mesi successivi alla convention della Stazione Leopolda non si impegna troppo nel movimento Prossima Fermata: Italia sorto da essa, nei primi di gennaio 2011 fa delle dichiarazioni in cui avverte o auspica di non fare dei rottamatori una corrente del PD, negli stessi giorni dice di essere dalla parte di Marchionne e diserta sia la predirezione PD organizzata da Civati del 12 gennaio 2011, sia l’evento di Bologna del 16, che pure aveva progettato lui stesso, Civati non nasconde il suo forte disappunto per tutto ciò;

– nel giugno 2011 Renzi dichiara di non sostenere completamente il referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, opta per un no sull’acqua, ancora disaccordo con Civati;

– nell’agosto 2011 Civati rilascia delle interviste e si scrivono degli articoli sul logoramento del rapporto tra Renzi e Civati. Civati sostiene di aver condiviso “poche delle cose che Renzi ha detto in quest’ultimo anno”;

– il 28, 29 e 30 ottobre 2011 si tiene l’evento Big Bang alla Stazione Leopolda di Firenze e si rendono pubbliche le 100 proposte. Civati va a trovare a sorpresa Renzi durante la convention.

Tutte le fonti si trovano nell’articolo precedente.

 

 

Tra il terzultimo e il penultimo punto manca in realtà un altro fatto che forse vale la pena ricordare.
Infatti tra le cose che Civati contesta a Matteo Renzi in questo articolo del Corriere dell’agosto 2011 c’è anche “la sua uscita sui cosiddetti Fantozzi della pubblica amministrazione”.

Civati si riferisce a quello che Renzi dice in questa intervista di SportWeek del 16 luglio 2011:

“[…]

I suoi modelli di riferimento quali sono?
«Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google. Ho visitato la sede di Mountain View e sono rimasto folgorato: niente badge, campi da ping pong, la parete per l`arrampicata. Mi piacerebbe che al Comune di Firenze si lavorasse così. Invece mi ritrovo coi dipendenti che timbrano alle 14 e già un quarto d’ora prima sono in coda col cappotto, pronti per uscire».

Alla Fantozzi.
«Chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento».

E non si possono licenziare.
«Eh no, ci sono le tutele. […]”

L’intervista viene poi richiamata in questo articolo del Corriere, qui su Repubblica e qui su Libero.

Al che FP CGIL risponde: “Fare battute di cattivo gusto sui dipendenti pubblici sembra essere diventato uno sport nazionale nel quale spesso si cimentano gli uomini politici. L’ultima offesa gratuita ai lavoratori della pubblica amministrazione è arrivata da Matteo Renzi. Non commentiamo la battuta in quanto tale, perchè con le battute non si affrontano i problemi e crediamo che il Sindaco possa fare di meglio, esprimere le sue pur legittime critiche in modo più elegante, magari non denigratorio. Le cacce alle streghe, le crociate del ministro Brunetta e dei suoi emuli, servono solo a umiliare una categoria in modo infantile, a solleticare i peggiori istinti, ma non certo ad affrontare i problemi. Per questo ci vuole serietà. Renzi oggi guadagna qualche titolo sulla pelle dei suoi dipendenti” e questo è “un fatto che non gli fa onore”. Ma “se il Sindaco volesse discutere di modernizzazione della pubblica amministrazione, da parte nostra troverà un’interlocuzione attenta e rispettosa delle sue prerogative. Siamo disposti a farlo anche sull’organizzazione del personale e sulla razionalizzazione della spesa, su quel taglio ai costi della politica che sta a cuore tanto a noi quanto a Renzi. Ci piacerebbe ad esempio discutere delle decine di persone che ha portato con se all’arrivo a Palazzo Vecchio, del suo staff come di quelli dei suoi assessori, della ragione per cui, in un Comune con 5000 dipendenti, ci sia stato bisogno di assumerne di nuovi”. Fonte: questo articolo sul Corriere.

Raffaele Bonanni non va morbido (fonte: qui su L’Unità): “Ho sempre ammirato Renzi per la sua simpatia e la sua giovinezza, ma non si metta a fare il populista. Mi piacerebbe sapere cosa ha innovato in questi anni”.

Il consigliere comunale di Firenze Tommaso Grassi dice giustamente (fonte: la stessa di quella di Bonanni), e batto il pugno sul petto come farebbe Ali G: “Non è che il sindaco fa come il Mega Direttore Galattico che mortifica i dipendenti senza mai farsi vedere?”

Il Corriere raccoglie qualche opinione dei dipendenti comunali: “C’è chi la butta sul ridere: «Renzi è un sindaco fiorentino, dunque è ovvio che faccia le battute – sorride un dipendente comunale – Certo è, però, che con le battute potrebbe anche migliorare». C’è chi, uscendo per la pausa pranzo, racconta di essere «molto amareggiato» per le frasi del sindaco, e chi, al contrario, sostiene di non sentirsi toccato. «Non posso parlare», dice una donna di mezza età, sfuggendo ai giornalisti. Poi ci ripensa: «Ci sono rimasta male, malissimo: quelle cose il Renzi non le doveva dire, la maggior parte di noi è gente che lavora, e sodo anche». Due sue colleghe, invece, spiegano imperturbabili di non essersi sentite offese dal j’accuse: «Siamo tranquille, non ce l’ha certo con noi, che a volte lavoriamo pure dodici ore filate al giorno: è con altri che se la prende…». Proprio per lo stesso motivo, però, altri dipendenti comunali invece si arrabbiano: «Non mi faccia parlare – scuote il capo un’altra impiegata – basterebbe che il dottor Renzi si prendesse la briga di guardare a che ora vengono strisciati i cartellini in uscita, per capire quanto poco siamo Fantozzi da queste parti… »”.

Anche questi commenti su Repubblica alla notizia non sono perlopiù molto favorevoli.

 

 

Ma tutto poteva passare, ma non la benedizione di Brunetta in persona!

Ebbene qualche giorno dopo infatti Brunetta loda le dichiarazioni di Renzi, pur ammettendo di non essere ricambiato (fonte: qui su Repubblica): “Bravo Renzi! Non gliene voglio certo se vuole fare il Brunetta fiorentino senza però ammetterlo” – ha commentato Brunetta. “Usa le mie leggi e adopera i miei stessi argomenti, venendo così insultato nella stessa identica maniera – dice il Ministro – poco importa che nasconda il suo imbarazzo dietro a frasi banali, sostenendo che faccio solo slogan e non risolvo problemi”. Altri articoli sui complimenti di Brunetta: qui sul Corriere, qui su L’Unità (link già segnalato in precedenza) e qui su La Nazione.

Alzato il polverone, Renzi si trova costretto a riprendere in mano la questione e scrive ai dipendenti del Comune di Firenze: “[…] chi si mette in coda un quarto d’ora prima per scappare getta un’ombra su tutti i dipendenti pubblici. Fa passare in secondo piano la dedizione quotidiana di chi crede in quello che fa. E realizza un gigantesco spot per chi parla di fannullonismo un giorno sì e l’altro pure. Molti hanno detto che le mie frasi provocano il discredito verso chi fa bene il proprio lavoro. Accetto la critica, come è doveroso che sia. Ma penso che anziché reagire alle mie frasi i dipendenti pubblici onesti, capaci e meritevoli dovrebbero indignarsi per chi, non comportandosi bene, fa passar male tutti gli altri […]”. Altri articoli sulla lettera di Renzi: qui su La Nazione e qui su Il Giornale.

Aprendo un piccola parentesi, effettivamente non è il massimo andare così tanto d’accordo con Brunetta, cui è stato dato del cretino da un altro Ministro dello stesso Governo, Tremonti, durante una conferenza stampa pochi giorni prima, che si espone con ritmi da macchietta con fillippiche e proclami esagerati e ridicoli come questo (fonte: qui sul Corriere): “Bisogna mandare i poliziotti per le strade. Ma non è facile farlo: non si può mandare in strada il poliziotto “panzone” che non ha fatto altro che il passacarte, perché in strada se lo mangiano”, oppure questo intervento del 2009 alla Scuola di Formazione PDL di Gubbio; che ha dato della “Peggiore Italia” a un gruppo di precari circa un mese prima in un video che ha fatto il giro dei TG; e che infine riesce sempre a mantenere ottusamente i nervi saldi, come in questo video non molto conosciuto, ad un evento tenutosi a Viterbo (questo dovrebbe essere un fatto successivo però alle dichiarazioni di Renzi):

A tutto ciò aggiungiamo il piccolo dettaglio che Brunetta è un uomo del PDL, ovviamente, e una storia personale di quelle che non sembra essere proprio il massimo del “confrontarsi con il mercato”.

 

 

Chiudendo con gli avvenimenti precedenti, parliamo finalmente della convention Big Bang del 28, 29 e 30 ottobre 2011 alla Stazione Leopolda.

E’ possibile farsi un’idea abbastanza precisa di quello che è successo quei tre giorni visitando il canale YouTube Leopolda2011 in cui ci sono i video di molti interventi della kermesse. Nel momento in cui sto scrivendo sono 75, quindi non è proprio agevole vederseli tutti. Per avere uno sguardo d’insieme, può essere d’aiuto la testata giornalistica online Termometro Politico, che ha fatto livereport facilmente leggibili di tutti e tre i giorni: qui quello del 28, qui quello del 29 e qui quello del 30.

Faccio una rassegna di alcuni articoli di giornali italiani sull’evento: qui e qui su Repubblica, qui e qui sul Corriere, qui su Il Fatto Quotidiano, qui su Libero, qui su Il Giornale.

Come ha precisato (fonte: qui, uno dei link precedenti di Termometro Politico) lo stesso Renzi all’inizio della convention “da questi interventi verranno tratte 100 idee per gli Italiani. E’ più importante candidare idee che persone”.

Tra i partecipanti ci sono stati Davide Faraone, Matteo Richetti, Arturo Parisi, Guido Ghisolfi, Giorgio Gori, Antonio Campo Dall’Orto, Edoardo Nesi, Alessandro Baricco, Riccardo Bonacina, Pif, Fausto Brizzi, Luigi Zingales e altri, oltre allo stesso Matteo Renzi, ovviamente.

 

 

Alla fine è stata effettivamente pubblicata la lista delle 100 proposte, divisa in cinque macroaree. Riprendendo l’aspetto e lo schema della pagina Big Bang, con i link che puntano direttamente alla fonte, ci sono:

RIFORMARE LA POLITICA E LE ISTITUZIONI

FAR QUADRARE I CONTI PER RILANCIARE LA CRESCITA

GREEN, DIGITAL, CULTURA E TERRITORIO:
LE NUOVE LEVE PER LO SVILUPPO

DARE UN FUTURO A TUTTI

PER UNA COMUNITA’ SOLIDA E SOLIDALE

 

 

In realtà all’inizio circolava un pdf con tutte le proposte scritte semplicemente una sotto l’altra, che ancora adesso si può trovare all’indirizzo http://leopolda2011.it/100proposte.pdf.

Solo che nelle prime ore successive alla pubblicazione non si è fatto attenzione a cambiare il nome dell’autore assegnato più o meno automaticamente dall’editor di testi e figurava, accedendo per esempio alle proprietà del documento da Acrobat Reader, Giorgio Gori. Giorgio Gori, che in realtà ha partecipato e non da comparsa all’evento, ha poi confermato, intervenendo con un commento su questo articolo di Termometro Politico, che effettivamente il documento è stato scritto con il “suo Mac”.

Scaricando il documento adesso invece compare come autore “Franco Bellacci”, niente di significativo.

Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, molte persone hanno commentato ironicamente questa scoperta, visto che Gori è stato direttore di Canale5 e di Italia1. A mio avviso non è impossibile che sia stato proprio lo stesso Giorgio Gori a scrivere di suo pugno le proposte, ispirandosi agli interventi tenuti durante i tre giorni. Alcuni punti, sempre mia opinione, hanno l’aria di non essere scritti da persona esperta sul relativo argomento, ma scaltra, attenta e magari di ampia cultura generale. E Giorgio Gori potrebbe corrispondere al profilo. Un ottimo articolo sulla carriera e la formazione di Giorgio Gori l’ha scritto Luca Telese su Il Fatto Quotidiano a questo indirizzo.

Faccio una piccola rassegna di articoli e post con commenti in cui si parla di questo fatto: qui su La Stampa, qui su Polis Blog.it, qui su IndyMedia Italia, qui su Giornalettismo e qui su Linkiesta.

 

 

Delle 100 proposte in realtà non penso molto bene. La presenza di Riccardo Luna faceva ben sperare, ma i punti riguardanti l’Innovazione sono molto sotto le attese e ci sono invece alcuni punti, diciamo così, sovrabbondanti. Si tratta a dirla tutta in quest’ultimo caso di punti da programma di destra. Per entrare nel merito, questi punti per esempio sono pietosi:

– 27 (arancione). Liberalizzare i servizi pubblici locali. I servizi pubblici locali sono un monopolio d’inefficienza; bisogna liberalizzare i servizi, accorparli in poche società, abbassare i costi di gestione, ottimizzare l’uso del personale, rendere le gestioni trasparenti, allontanare la politica dalle decisioni aziendali.

– 29 (arancione). Liberalizzare le assicurazioni su infortuni e malattie. Le attività svolte dall’Inail, il monopolio pubblico che si occupa dell’assicurazione per le malattie e per gli infortuni dei lavoratori svolge una funzione tipica di qualunque società di assicurazione privata. Bisogna allora aprire all’accesso dell’attività di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro da parte di imprese private di assicurazione o di riassicurazione [questa proposta forse è proprio un po’ confusa, NdA].

– 40 (arancione). Completa riorganizzazione della medicina sul territorio: radicale cambiamento del ruolo della medicina di base. Abolizione dell’attuale ruolo del medico di medicina generale. Creazione di ambulatori polispecialistici sul territorio. Consorzio dei medici di Medicina generale [questa è altrettanto confusa e oserei dire imbecille: l’Italia è il Paese con una popolazione rilevante con approssimativamente la più alta speranza di vita al mondo e lo è ovviamente anche grazie alla penetrazione capillare e alla peculiare struttura del SSN; non è proprio il caso di toccare in profondità un sistema che raggiunge il massimo dei risultati con una spesa rispetto al PIL inferiore alla media OCSE, NdA].

 

 

Sono abbastanza d’accordo con quanto dice Vendola qui: “Renzi è il vecchio”, ha detto intervenendo a Radio 24. “Lo considero una persona molto interessante, molto simpatica, con una cultura politica essenzialmente di destra, incapace di porre il tema della fuoriuscita dal disastro che il liberismo, in un trentennio, ha compiuto nel mondo intero e quindi mi sento molto antagonista delle ragioni di Renzi”. Anche se forse cercherei di spingerlo più verso l’ovile, piuttosto che mandarlo nella tana del lupo definitivamente.

 

 

In ogni caso il post è diventanto nuovamente troppo lungo e sono costretto ad affrontare perbene le 100 proposte in un altro articolo ancora.

 

 

Ma non chiudo prima di mettere un video (abbastanza diffuso per la verità) di un giovanissimo Matteo Renzi alla Ruota della Fortuna:


Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte e gli operai Volkswagen – Storia incompleta dei rottamatori #1

Il 28, 29 e 30 ottobre si è tenuta a Firenze la convention, l’evento, del così chiamato Big Bang.
La convention si è svolta alla Stazione Leopolda, una bellissima stazione dell’Ottocento di Firenze che adesso ospita eventi, ed è il secondo appuntamento, che si è tenuto praticamente un anno dopo, di quello che fu Prossima Fermata: Italia il 5, 6 e 7 novembre 2010.

 

 

Verso l’agosto del 2010, sulla scia dell’insoddisfazione che si potrebbe dire praticamente generale per l’attività degli esponenti del PD e di tutta l’Opposizione, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, rilasciò una adesso famosa intervista, ben riportata da Repubblica. Tra le cose più o meno sacrosante che disse ci furono:

– “se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”;

– “i nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?”;

– “piuttosto mi fate capire, per favore, che dice il Pd sul lavoro che cambia? Sull’innovazione? Sull’ambiente? E sulle tasse? Facevo ancora la maturità e già Berlusconi e Tremonti promettevano la riduzione a due sole aliquote. Quando siamo andati al governo noi, l’unico slogan era l’agghiacciante pagare le tasse è bellissimo. Ci sarà pure una via di mezzo…”;

– “più che cambiare però io direi proprio: azzerare [il PD, NdA]”;

“io però faccio politica col Pd e sono impegnato nel mio ruolo di amministratore. E soprattutto quel grido di piazza Navona, “andate a casa”, allora era di un solo intellettuale. Oggi temo sia condiviso della stragrande maggioranza del popolo democratico [risposta integrale a frase del giornalista: “Sembra di sentire Nanni Moretti”, NdA]”.

La reazione di D’Alema, abbastanza divertente, fu: “Renzi il futuro del Pd? Anzitutto è il futuro di Firenze, dopodiché, legittimamente, nel tempo libero che ha lancia delle idee”. Mentre quella di Bersani: “in questa vicenda c’è stata qualche parola di troppo; in un partito occorre rispetto”. Anna Finocchiaro si espresse così: “Vorrei dire a Renzi, come farebbe una vecchia zia che, siccome il rinnovamento delle classi dirigenti, di tutte le classi dirigenti, è un problema vero dell’Italia, se si affronta evitando parole che sono un po’ maleducate, se non altro per rispetto nei confronti di chi ha lavorato anche per consentire a Renzi di fare bene il lavoro che sta facendo, forse è meglio”. Ovvio che non l’avrebbero accolto a braccia aperte, ma neanche a 45 gradi.

 

 

Dopo l’intervista venne all’attenzione una sorta di alleanza e collaborazione con Giuseppe Civati (qui la versione archiviata della home del suo blog), consigliere regionale del PD in Lombardia e PhD in Filosofia alla Statale di Milano.

Da questo post (qui la versione archiviata) sul blog di Civati e da questo sul sito personale di Renzi ricaviamo notizie sulla nascita dell’iniziativa Prossima Fermata: Italia del 5, 6 e 7 novembre 2010. Civati la presentò in settembre con queste parole: “Lo schema è semplice: l’iniziativa è aperta fin d’ora a tutti. E parlerà della nostra generazione, ma non dei giovani politici, bensì dei giovani elettori. E dei loro problemi e delle loro speranze. Non è una questione anagrafica (anche se un po’ lo è, per la verità), ma riguarda l’età di questo Paese e del mondo in cui viviamo”. Mentre Renzi scrisse: “chi ha voglia di ritrovarsi con altre persone normali, serene e desiderose di dare un contributo in positivo per il futuro può iniziare a mettere in agenda la data del 5, 6 e 7 novembre a Firenze. Con Pippo Civati proveremo a dare una scossa e una smossa alla nostra parte politica”.

L’evento ebbe un successo niente male e fu seguito dai principali giornali del Paese: qui l’articolo di Repubblica con informazioni e approfondimenti sull’iniziativa e qui un articolo del Corriere a appuntamento finito.
Il Post lo seguì si può dire nei dettagli, tanto che con la tag Prossima Fermata: Italia si possono ricostruire e leggere molti interventi. Qui c’è il livereport degli interventi finali di, per dirne alcuni, Renzi, Civati, Scalfarotto, Serracchiani e Simoni.

L’idea di Prossima Fermata: Italia nel 2010 fu ottima. Effettivamente c’era e c’è ancora un problema non piccolo all’interno dell’Opposizione e soprattutto del PD, cioè non si discute di niente. Non ci sono dei principi o proposte di base, possibilmente facilmente comunicabili alla gente, che D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Veltroni, etc possano presentare agli italiani. I dibattiti che si facevano e realisticamente si fanno all’interno dei partiti, si fanno al lume di candela, non si vede niente, non c’è luce, la loro risonanza è pari a zero.

E’ di poche settimane fa questa meravigliosa presa per il sedere di Bersani negli Sgommati, su Sky:

Invece quella iniziativa fu l’occasione per dire cose importanti e dire cose di sinistra e centrosinistra. Riprendo alcuni passi dagli interventi finali così come sono riportati da Il Post:

– La parola di Serracchiani è Europa. “Questo è il primo parlamento europeo che ha 135 deputati eletti in partiti di estrema destra. Su temi come l’immigrazione la sinistra europea dà risposte meno efficaci di quelle della destra. Noi falliamo quando le risposte tecniche non sono conseguenti ai valori cui ci siamo appellati”;

“Siamo l’unico paese europeo che in piena crisi economica ha tagliato su scuola, università e ricerca. Dobbiamo trovare i soldi? Tassiamo le rendite finanziarie” [sempre la Serracchiani, NdA];

– “Crediamo di vivere in un paese garantista sul fronte del lavoro, e invece abbiamo un esercito di giovani schiavi” [Scalfarotto, NdA];

– “Oppure prendete gli Stati Uniti: Obama prende una tranvata storica. Perché non è stato bravo a comunicare? A me piace pensare che quella scelta di cui la accusano – la riforma sanitaria – sia una di quelle scelte per cui vale la pena anche correre il rischio di prendere una tranvata” [Matteo Renzi, ebbene sì, NdA];

– “Chi nasce in Italia è italiano” [sempre Matteo Renzi, NdA];

– “Dobbiamo fare capire alle persone quello che diciamo. Abbiamo bisogno di tornare a parlare la parola delle emozioni” [Matteo Renzi, NdA];

– “Quello che ho capito stando da sindaco nell’ospedale dove un ragazzo di 21 anni era appena uscito dalla sala operatoria perché in questa città un gruppo delinquenti lo avevano picchiato fino a sfigurarlo solo perché amava un uomo. Quel ragazzo mi ha fatto venire un sentimento di rabbia che è pari a quello di una signora perbene di Firenze che quando ho messo una canzone di Tiziano Ferro durante un matrimonio s’è lamentata perché era un culattone. Questo punto è un punto culturale drammatico che sostanzia la battuta di Berlusconi” [Matteo Renzi, NdA];

– “Facciamo un grande investimento sull’unica cosa che ci salverà: la parola cultura, la parola bellezza” [Matteo Renzi, NdA];

“Nella prossima Repubblica si va con una cultura politica diversa. Non è solo importante numerare le proposte, ma dare delle priorità. Immigrazione, ambiente, sono temi poco affrontati. Ci rivolgiamo a chi ha voglia di costruire un paese con un partito nuovo, quello di chi non è ancora garantito” [queste sono parole di Pippo Civati invece, NdA];

– “Non ci interessa la collocazione nostra, ma quella del PD e il suo ruolo nel mondo. Ci dicono che non abbiamo contenuti, ma ne avete sentiti in questi giorni. Ci sono cose già sentite, ci dicono, certo, peccato che in Italia nessuno le abbia poi mai fatte. Non siamo una corrente, siamo una campagna, un’energia, tanti punti di vista” [ancora Pippo Civati, NdA].

Insomma a Firenze un anno fa non si perse tempo e le premesse erano buone perché le cose andassero in porto.

 

 

Purtroppo però nei mesi successivi ci sono state delle difficoltà e dei gravi errori che sembra abbiano compromesso tutto il progetto, fino ad arrivare a quello che pare essere il disastro di Big Bang di qualche giorno fa.

 

 

Il primo grave errore è stato la vicenda dell’incontro di Matteo Renzi con Silvio Berlusconi ad Arcore, appena un mese dopo Prossima Fermata: Italia.
Verso la fine di novembre 2010, a quanto lo stesso Renzi rivela, avrebbe chiesto un incontro a Berlusconi per parlare del via libera ad alcune misure che avrebbero portato soldi nelle casse del Comune di Firenze. Nei primi di dicembre finalmente l’avrebbe ottenuto, ma si viene a sapere soltanto per vie traverse, infatti sono Repubblica e Libero a rivelarlo prima di lui: rispettivamente qui e qui gli articoli, entrambi datati 7 dicembre 2010.
Renzi giustifica a Otto e mezzo su La7 quello che sembra desiderio che l’incontro rimanesse segreto dicendo che “L’accordo era che il giorno successivo, fatte le verifiche con Letta, con Tremonti e con gli altri, si sarebbe fatto un comunicato congiunto per dare notizia del nostro incontro e invece… “. Quando gli chiede Lilli Gruber se è stato fregato da Berlusconi, risponde: ”Per carità, ma forse rispetto ad altri sono stato più ingenuo”. Fonti: qui su La Nazione e qui sul Corriere.

Le reazioni all’incontro e alla modalità con cui si viene a sapere non sono ovviamente di giubilo. Bersani dice “A mio gusto sarebbe stato meglio Palazzo Chigi. Non è vietato per un sindaco incontrare il Presidente del Consiglio, ma esistono delle sedi, sennò si può capire male” e di “errore” parla anche il segretario toscano del Pd Andrea Manciulli (fonte: questo articolo del Corriere).
Importante è riportare quello che scrive l’amico Pippo Civati sul suo blog (qui la versione archiviata) sull’incontro: “Non ci sarei andato ad Arcore, come ha fatto Matteo ieri. Me lo chiedono in tanti e rispondo serenamente, perché non può esserci alcuna reticenza tra di noi. Avrei preferito una sede istituzionale (anche perché Arcore porta parecchia sfortuna, ultimamente) e un momento diverso da questo, con B che sta per cadere (o, almeno, lo speriamo tutti).
Anche se le motivazioni sono serie (soprattutto perché richiamano tutti a una maturità di rapporti tra chi rappresenta, a diverso titolo, lo Stato), il gesto può essere strumentalizzato. E B lo ha già fatto, con una delle sue (geniali, ahinoi) dichiarazioni sibilline.
Mi pare che qualcuno stia esagerando, però, con la dietrologia, anche perché lo stesso Bersani, ad Arcore, ci sarebbe andato anche a piedi, ricordate?”
Civati si riferisce ad alcune dichiarazioni rilasciate da Bersani nell’aprile del 2010, raccolte in questo articolo del Corriere.

Invece Nichi Vendola a caldo si rifiuta di commentare, poi qualche giorno dopo dichiara: “Il confronto penso di doverlo vivere nelle sedi istituzionali. Devo dire anche se avesse commesso un errore, una sgrammaticatura, però mi pare che si sia costruita una polemica gigantografica nei confronti di Matteo Renzi”, posizione che condivido completamente. Dopotutto Renzi a quanto sembra va ad Arcore per chiedere il via libera alla tassa di soggiorno, che avrebbe portato 17 milioni di euro nelle casse del Comune di Firenze e un po’ di libertà dalle ristrettezze del bilancio (fonti: qui su Repubblica e qui su Il Fatto Quotidiano).

La gente su Facebook pare dividersi tra commenti positivi e commenti negativi, con una prevalenza (più o meno leggera) di critiche, qui un articolo del Corriere sull’argomento. Anche i commenti su questa pagina del sito di L’Espresso sembrano essere orientati così.

Per concludere sulla vicenda, si è trattato sicuramente di un grave errore, sia perché non si è svolto in una sede istituzionale, sia e soprattutto perché a rivelarlo per primo sono stati i giornali, ma, con uno sforzo di pazienza, non è niente di irreparabile.

 

 

Forse ben più pesante è quello che succede dopo: prima il 31 dicembre 2010 viene fuori un articolo su Il Sole 24 Ore in cui dichiara: “Io sto dalla parte di chi scommette sul lavoro, della Fiat, di Marchionne. È la prima volta che il Lingotto non chiede soldi agli italiani ma investe in Italia in un progetto industriale. È una rivoluzione. E che accade? Che di fronte a una sfida globale in Usa, Brasile, Europa c’è la Fiom che vuole sganciare l’Italia da una locomotiva. E il Pd tentenna, si preoccupa di sintonizzarsi con la Cgil. Una follia”, poi conferma una decina di giorni dopo ai microfoni di TGLa7 (fonti: qui sul portale di Adnkronos e qui su Repubblica): “Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, e’ un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche”. Poiché evidentemente cominciano ad arrivare reazioni non entusiastiche a tali dichiarazioni, aggiunge su Facebook un post in cui dice che: “rispetta le opinioni di chi non la pensa come lui. Ma continua a dire che è meglio tenere una fabbrica aperta scommettendo sul futuro, che chiuderla piangendo su quanto è cattivo il mondo. Il mondo non si ferma. E il mondo ci costringe a cambiare. In Germania i sindacati hanno fatto accordi intelligenti e il mondo delle auto va alla grande. Perché noi no?”

Uno potrebbe pensare che Matteo Renzi possa non avere tutti i torti, che la competizione estera sia troppo forte e che i lavoratori italiani si debbano adeguare e rinunciare a qualcosa. Ma in realtà questa sarebbe con tutta probabilità una visione ingenua della faccenda. Infatti una grande impresa automobilistica europea come la Fiat non è il tipo di impresa che ha un impatto molto grande del costo del lavoro sui suoi bilanci. Giusto per fare un esempio recente e veloce di fonte che conferma questo assunto, richiamo le parole del Professor Francesco Zirpoli dell’Università Ca’ Foscari di Venezia in questo articolo (del 2 settembre 2011) su Linkiesta: “Il dibattito sulla Fiat è spesso focalizzato su questioni che riguardano il costo del lavoro. Il costo del lavoro, tuttavia, pesa per un valore intorno al 7% del costo industriale totale”.
I problemi della Fiat, se problemi ci sono, non sono alla catena di montaggio. I problemi sono in alto, in particolare nel settore Ricerca e Sviluppo e soprattutto proprio a livello di Management che riguarda quest’ultimo. Diamo infatti un’occhiata a questa tabella:

Come si può facilmente controllare, questa tabella è stata compilata semplicemente attingendo a dati ufficiali agevolmente reperibili in Rete e ai dati presenti in questo articolo (che merita davvero di essere letto) di Repubblica, in cui si parla diffusamente della differenza di condizioni tra un operaio tedesco Volkswagen e uno italiano Fiat. L’ho prelevata da Brescia Point a questo indirizzo (all’indirizzo è anche presente copia dell’articolo di Repubblica).

Non è difficile accorgersi che la colpa non è degli operai, anche senza avere una cognizione precisa dei costi industriali, faccio qui l’esempio di una piccola discussione su un forum del sito di informazione finanziaria Finanzaonline.com.

Aggiungiamo anche il fatto che Renzi a un certo punto dice che “è la prima volta che il Lingotto non chiede soldi agli italiani”, ma come fa notare Gad Lerner in questo post sul suo Blog non è affatto così.

In conclusione, alla luce di questi fatti, sia Renzi che Marchionne non sembrano farci una bella figura.

Si configurerebbe il seguente risultato: Renzi non si è informato bene, il che è comunque grave, oppure è banalmente di destra, come sostiene più o meno Gad Lerner.

Davanti al dichiarato sostegno di Renzi a Marchionne Pippo Civati non può rimanere impassibile, e infatti subito fa sapere che non è per niente d’accordo (fonte: qui sul Il Fatto Quotidiano): “Rispetto a Renzi ho una idea diversa e spero di discuterne domani in direzione con lui”. In quest’altro articolo non ci va più morbido: “Non la penso assolutamente come Renzi, credo che Matteo sia stato quantomeno imprudente”. Questa vicenda sembra sia stata importantissima per determinare poi il deteriorarsi del rapporto tra Renzi e Civati.

In un post del gennaio 2011 Civati (qui la versione archiviata) scrive le seguenti cose, che a mio parere meritano di essere riportate e con cui sono d’accordo:

“[…]

Penso che sia un brutto accordo, quello di Torino, e che ce ne siano in giro di migliori, in Italia, e non perché siano meno impegnativi, ma perché contengono clausole e impegni ben diversi. Perché il contributo che i sacrifici dei lavoratori rendono alla redditività aziendale è riconosciuto e compensato, in termini monetari e anche in termini di adeguati turni di riposo.

Penso che non si può partire da un caso specifico per riformare una partita così delicata. E penso che ragionare sotto ricatto non è mai la cosa migliore.

Penso che la questione produttività vs. diritti è mal posta, così, ed è soltanto una parte del problema, perché per essere competitivi ci vuole qualcosa in più.

[…]

Penso en passant che i toni di Marchionne degli ultimi giorni siano proprio stronzi.

[…]

Penso che se si parla di modello americano, bisognerebbe fare qualcosa per la partecipazione azionaria dei dipendenti. Non dopo, prima di chiudere gli accordi e di disegnare presunti nuovi modelli per il Paese.

[…]

Penso che il problema sia se riusciamo ancora a produrre auto e soprattutto se siamo competitivi producendo queste auto.

Penso che anche il tema della ricerca da qualche parte lo si dovrebbe anche porre.

[…]”

 

 

Tuttavia non è solo sull’appoggio di Renzi a Marchionne che si è consumata la più o meno temporanea e più o meno grave rottura tra Renzi e Civati.

All’incirca nello stesso periodo delle dichiarazioni di Renzi su Marchionne, succede che Civati organizza una sorta di predirezione o controdirezione il giorno prima della direzione vera e propria del PD, che si doveva tenere giovedi 13 gennaio 2011. L’incontro, per parlare dei temi che i “rottamatori” avrebbero dovuto portare il giorno successivo, si tiene al Caffè Letterario di via Ostiense a Roma appunto il 12 gennaio e ci sono tra gli altri Debora Serracchiani, Roberto Della Seta ed Ermete Realacci, oltre allo stesso Civati, ma manca Renzi. Infatti Renzi dice (fonte: qui sul Corriere): “Quanto ai rottamatori, non sono nati per fare una correntina del Pd, i rottamatori non sono uno spiffero. Poi se alcuni di loro vogliono parlare di primarie va bene, però parliamo anche del resto; altrimenti facciamo la fine di quelli che vogliamo criticare. Il Pd è credibile se smette di inseguire i falsi problemi e se prova a dire tre o quattro cose concrete sul futuro del paese”. Cioè Renzi teme che si voglia fare una corrente all’interno del partito. A ciò si aggiunge la vicenda Marchionne e Civati sbotta in più di un’occasione. Quindi Renzi non si presenta neanche alla convention tenutasi a Bologna (vedere l’ultimo link e qui sul Corriere) il 16 gennario 2011, che pure avevano deciso insieme. In più per esempio in quest’altro articolo del Corriere si dice che tra i motivi o segnali di divergenza ci sarebbe stato anche “l’impegno piuttosto ridotto che ultimamente [rispetto a gennaio 2011, NdA] lo stesso Renzi ha messo nella gestione di Prossima Fermata Italia, nata due mesi fa alla Stazione Leopolda, quando sembrava che i due trentenni in giacca e jeans dovessero rottamare il mondo”.

 

 

Come se non bastasse in giugno Renzi si rifiuta di condividere completamente i quattro SI al referendum su acqua, nucleare e legalità, infatti opta per un no sull’acqua, fonti: qui sul sito ufficiale di Matteo Renzi, qui su Repubblica, qui sul Corriere e qui su Il Fatto Quotidiano.
E’ soltanto l’ultima delle divergenze, prima che Civati dichiari: “Lo scorso anno, uno degli slogan della convention alla stazione Leopolda era “prima il popolo, poi il leader”: ecco, mi pare che adesso Matteo si stia occupando più del leader che del popolo” e la rottura si concretizzi definitivamente (anche se non è detto sia insanabile, Civati alla fine è andato a trovare Renzi durante Big Bang).

 

 

Civati in agosto rilascia delle interviste e si scrivono articoli sull’argomento: qui su L’Unità, qui sul Corriere (stesso indirizzo del penultimo link) e qui su TG24.Sky.it.

 

 

Adesso potrei finalmente parlare delle 100 proposte e anche di altre cose, tipo la assai significativa intervista di Renzi a Invasioni Barbariche del 2008, ma il post è troppo lungo, quindi lo farò la prossima volta.

 

 

Tuttavia voglio finire il post segnalando questo gustosissimo video. Per chi non sa il tedesco, si possono trovare dei commenti qui sul Corriere, qui su auto.it e qui su motori.it. Merita davvero.
Sono sicuro che se nei vertici Fiat ci fossero dei barlumi della personalità di Winterkorn, anche gli operai Fiat, come quelli Volkswagen, dormirebbero sereni sui famigerati sette cuscini:


Berlusconi sta strangolando la sua creatura?

E’ da un paio d’anni che mi sembra di riconoscere delle (piccole, dando uno sguardo d’insieme) differenze tra il primo quinquennio di Governo Berlusconi, nel 2001 – 2006, e l’attuale, iniziato nel 2008.

 

 

Il fatto è che tra il 2001 e il 2006 ci eravamo abituati a un Berlusconi totalmente impegnato con la Rai.

Durante tutto il primo quinquennio non ci ha fatto mancare niente: l’editto bulgaro del 18 aprile 2002 (qui l’articolo di quel giorno di Repubblica.it e qui di Corriere.it), cui sono seguite forse stranamente (!?) nel tempo:

l’umiliazione di uno dei più grandi giornalisti della storia d’Italia, Enzo Biagi, con la chiusura di Il Fatto nel maggio dello stesso anno, dopo che nell’ultima stagione, su 167 volte, per 110 era stato il programma Rai più visto. e la media di ascolto era stata del 21.8% di share pari a 6.230.000 telespettatori (fonte: Corriere.it, vedere il link sulle parole “l’umiliazione”);

– la chiusura della trasmissione di Michele Santoro Sciuscià, la sua causa legale con la Rai e il successivo reintegro;

– la scomparsa di Luttazzi dalla Rai per almeno circa due anni, nonostante i 7milioni e mezzo di spettatori (vedere il filmato al link dal minuto 5:10) di Satyricon;

il secondo editto, nell’ottobre circa del 2005, nel periodo della trasmissione Rockpolitik di Adriano Celentano, con i nuovi nomi di Serena Dandini, Sabina Guzzanti, Gene Gnocchi, Enrico Bertolino, Dario Vergassola, Corrado Guzzanti e lo stesso Celentano.

Altri dettagli sulle vicende si possono trovare in questa ottima sintesi su ADGNews24.

Bene o male lo sapevamo che se la sarebbe presa con la Rai in modo pesante. Essendoci un appena appena percepibile conflitto d’interessi, per il fatto che la sua famiglia controlla Mediaset, era lecito aspettarsi da parte di tutti noi italiani (vero?) almeno un tentativo di indebolimento della concorrente. O comunque, avendo a che fare tutti quotidianamente con Berlusconi, e conoscendo la sua personalità probabilmente ormai meglio di quella di nostro padre e di nostra sorella, c’era da attendersi una reazione leggermente scomposta al primo segno di dissenso.

Insomma proprio niente da dire sul fatto che se l’è presa con la Rai. Anzi, a momenti, se non fosse successo, gli avrei mandato una mail con una richiesta di spiegazioni. Che fine fanno la libertà di stampa, d’espressione e la necessità di almeno una certa proporzione (che non sia schiacciante in favore di una o dell’altra) tra le voci di segno opposto o presunto opposto all’interno del servizio pubblico? Massì, è lo Spoils System. Si sa che quando uno va al Governo, quasi tutto deve cambiare di conseguenza. Ma non è un po’ esagerato così? Mannò, è appena appena appena appena (accompagnare la parola con indice e pollice alla distanza di un centimetro) superiore al solito.

 

 

Che c’entra con quello che ho scritto all’inizio?

Il punto è che, da quando è partita la nuova legislatura, nel 2008, ma alcuni fatti risalgono anche a un po’ prima, comunque non più indietro del 2006, il Nostro non solo ha ovviamente mantenuto una certa tensione nella Rai, sennò quella veramente che prende una deriva bolscevica (date un’occhiata se avete tempo a questo link, io mi sono fatto due risate) se non la tieni per il guinzaglio, ma sembra aver aggiunto clamorosamente una discreta attenzione ai giornalisti e ai programmi di casa sua, di Mediaset.

Infatti sono capitate un po’ di cose:

– nel 2006 Lamberto Sposini lascia Mediaset perché <<non c’erano più le condizioni per andare avanti>>. Il direttore in quel momento era Carlo Rossella, che era subentrato nel 2004 a Mentana;

– nel 2009 lo stesso Mentana, che era diventato nel frattempo direttore editoriale (vedere il link appena precedente) si dimette per protestare contro il mancato cambio di palinsesto alla morte di Eluana Englaro, e le dimissioni vengono accettate;

– Mentana viene sostituito nella conduzione di Matrix da Alessio Vinci, ma non sembra sia stata una scelta molto apprezzata, sia a vedere quel che dice in questo fuorionda della trasmissione (vedere i circa primi quattro minuti del video) la giornalista Mediaset Alessandra Magliani, sia a leggere i dati di Audience;

– a un certo punto Mentana accetta di diventare il direttore del TG di La7 e in poco più di un anno il TG La7 quintuplica lo share medio;

– sembra che un certo numero di telespettatori vengano sottratti direttamente alla sua ex azienda, al TG5, e che quindi il risultato conclusivo dell’addio di Mentana sia apparentemente quello di aver reso meno spigoloso e critico uno spazio di approfondimento Mediaset (Matrix), ma di aver perso di contro in ascolto e di conseguenza, verosimilmente, in denaro;

– l’informazione sui suoi canali sembra diventare sempre più morbosamente fedele al suo pensiero, esempio esagerato: in occasione della manifestazione delle donne all’inizio dell’anno, non solo Mediaset riserva pochissimo spazio a quel che succede, ma quando lo fa Berlusconi si riserva addirittura di telefonare in trasmissione personalmente a Mattino Cinque, quando c’è Maurizio Belpietro;

– quando Mentana presenta le dimissioni a Mediaset, Silvia Brasca e Roberto Pavone, da circa vent’anni dipendenti dell’azienda, lo difendono e subiscono una contestazione disciplinare;

– il TG5 ha avuto come direttori, tra gli altri, lo stesso Mentana, Emilio Carelli, poi passato a SkyTG24, e Clemente Mimun, dei grossi nomi, per difenderne l’immagine, eppure negli ultimi tempi sembra proprio volerci convincere che il livello non sia molto più alto (sempre che lo sia stato effettivamente qualche volta) di quello dei cugini Studio Aperto e TG4, sonoro il tonfo in occasione di questo servizio del telegiornale su Wikipedia;

– sembra che ci sia una proliferazione incredibile di Trash nelle reti Mediaset, è ovviamente noto che non se lo sia fatto mai mancare e che anzi ne sia il cittadino onorario, ma adesso sta rompendo gli argini, e a furia di accusare chi non lo ama molto di essere “radical chic”, “intellettualoide”, ecc, sta cominciando ad annoiare per sovraesposizione anche chi di solito apprezza questo genere di TV leggera: hanno fatto flop programmi più o meno Trash come Tamarreide, Stasera che sera, Baila!, tutte trasmissioni su cui forse si puntava qualcosa;

il gravissimo quasi pedinamento e dileggio pubblico del giudice Mesiano, con la colpa di aver scritto la sentenza di primo grado sul risarcimento Fininvest in favore di CIR per Mondadori, fatto per cui è stato sospeso dall’Ordine dei Giornalisti Brachino.

 

 

In altre parole negli ultimi quattro, cinque anni Berlusconi sembra che stia pretendendo dalle reti Mediaset il massimo possibile del supporto, anche a scapito della salute e della qualità dei prodotti dell’azienda.

 

 

Un tempo non era (del tutto) così. Berlusconi in più di una circostanza in passato si è vantato dell’equilibrio e della libertà in Mediaset, per esempio in un articolo di Repubblica.it del 28 marzo 2001 si riportava: <<“Mediaset – ribadisce il Cavaliere – è l’esempio di conduzione liberale, un esempio di moderazione”. Poi, certo, “c’è un solo soggetto, una sola trasmissione che non è così, il Tg4 di Emilio Fede che dichiara apertamente la sua preferenza per la nostra parte politica e, diciamo, il suo trasporto quasi amoroso nei confronti del sottoscritto. Ma lo fa in maniera palese, trasparente e non attacca mai gli altri. Da Emilio Fede non è mai venuta un’azione di killeraggio nei confronti di chicchessia. Quelle azioni vengono oggi dalla televisione pubblica ed il peggio, quello che non si può accettare, è che ciò avviene durante una campagna elettorale”>>. Cioè circolava la più o meno sensata idea che sostanzialmente, a parte qualche caso patologico e anomalo, tipo Emilio Fede e poco altro, gli autori, i giornalisti e in generale i dipendenti delle reti Mediaset godessero di una notevole autonomia.

Nella famosa puntata di Sciuscià del maggio del 2002, che vide Santoro provare una sorta di doppia conduzione non formale ma sostanziale con Maurizio Costanzo, a un certo punto lo stesso Costanzo disse che «Con Striscia, la Gialappa’s e le Iene, Mediaset è l’unica televisione libera».

Confalonieri, quando Mentana nel 2004 lasciò la direzione del TG5 a Rossella, disse, rispondendo al giornalista che lo incalzò con <<C’è chi teme che adesso tocchi a Ricci, alla Gialappa’s.
«Bravi. E poi alle Iene. Ma come ragionate? Mediaset è un’azienda commerciale. Deve fare numeri. Per avere il bilancio che i mercati finanziari ci riconoscono tra i migliori nel mondo deve puntare ad ascolti di milioni di persone. Rossella farà un buon tg e non di parte altrimenti non si fanno i milioni di ascolti a sera»>>. Ovviamente c’era una certa consapevolezza del fatto che mettersi completamente al servizio di Berlusconi sarebbe stato controproducente.

 

 

Ma, come abbiamo visto sopra, questo principio è stato buttato un po’ a mare. E le conseguenze non si sono fatte attendere.

 

 

In questo articoletto su piccoliazionisti.it, ci si lamenta del fatto che <<Pier Silvio Berlusconi ha creato un gruppo televisivo che investe tantissimo in spettacoli ormai noiosi e che risparmia nell’informazione politica, sociale e di costume di qualità. Esattamente il contrario di quanto sta facendo La 7>>.

In questo articolo su affaritaliani.it e in questo su lanostratv.it, entrambi di questo mese, si dice che si è in presenza di un calo di ascolti delle reti Rai e Mediaset in favore di altre emittenti, e sembra anche venire da lontano.

Indubbiamente hanno un ruolo la parcellizzazione e la frammentazione dell’attenzione della gente per via di Internet, Smartphone, Tablet, e altro. Per esempio negli USA stanno per diminuire le case dotate di televisione per la prima volta dopo 20 anni, secondo questo studio Nielsen. In questo articolo del Professor Perretti, della Bocconi, si dice che <<Agli inizi del millennio la media di spettatori era di circa 8,5 milioni nell’intera giornata e di circa 23 milioni nel prime time. Nel 2009 il numero medio è sceso a 7,6 milioni nella giornata e a circa 20 milioni nel prime time. In dieci anni la televisione ha quindi perso 3 milioni di spettatori nella fascia di ascolti più importante>>. Secondo il nono rapporto Censis/UCSI poi: <<In una scala che va da 1 (minimo) a 10 (massimo), televisione e carta stampata non raggiungono il punteggio della sufficienza in termini di reputazione, secondo l’opinione degli italiani: 5,74 è il voto medio di credibilità della televisione e 5,95 è il voto dato ai giornali. Maggiormente credibili radio (6,28) e Internet (6,55), percepita come un mezzo più libero e «disinteressato»>>.

Ma in realtà forse Pier Silvio Berlusconi qualche idea ce l’avrebbe per far ripartire i contenuti di qualità di Mediaset, ma a quanto pare potrebbe avere le mani legate proprio per dover aiutare il padre, infatti in questo articolo di Repubblica.it dice: <<«Mi ero mosso, ne avevo già parlato in azienda, avevo previsto il cosa, il come e il quando. Avrei portato Giovanni Floris a Mediaset», racconta Pier Silvio Berlusconi che del network fondato dal padre, è il vicepresidente. Proprio lui: il conduttore di Ballarò. Nemico pubblico del presidente del Consiglio. Sbilanciato, fazioso, mistificatore, secondo le sue gentili definizioni. «Le attaccherei volentieri la scarlattina», disse il premier a Floris durante una telefonata in diretta mentre era convalescente a casa. «Si ricordi, la Rai non è sua ma di tutti gli italiani», minacciò nel corso di un’altra conversazione telefonica. Poteva davvero finire Floris su una delle reti controllate dal Cavaliere? La risposta di Pier Silvio è un sì convinto, ponderato, studiato nei minimi dettagli. «A noi manca un programma di approfondimento in prima serata – spiega il numero due di Mediaset -. Un programma come Ballarò. È perfetto. È un esempio di grande correttezza. Usa toni pacati e ospita sempre le diverse posizioni in campo». Poi aggiunge: «Eravamo tutti d’accordo»>>.

E’ datato 23 settembre 2011 un articolo di MilanoFinanza Online in cui si dice che Mediaset in Borsa stava aggiornando i minimi storici a Piazza Affari e <<da inizio anno ha perso oltre il 50%>>, e in cui Confalonieri dice: << “Il conflitto di interessi c’è”, ha proseguito, “ma non è che a beneficiarne sia la nostra azienda anche perché noi facciamo il nostro mestiere rispettati dal pubblico se equidistanti dalle parti politiche. Altrimenti”, ha puntualizzato, “perdiamo in credibilità e se perdiamo credibilità perdiamo anche i nostri clienti”>>.

Secondo voi ha perso un po’ di credibilità con questo video?

 

 

In conclusione Berlusconi sembra che stia strangolando la creatura tirata su con tanta fatica con le sue stesse mani, Mediaset.

Ormai sembra invecchiato e stanco, le sue idee per l’Italia, ispirate al liberismo rampante del Dopoguerra, sono cieche, approssimative e sbagliate probabilmente persino all’interno di una destra moderna, la loro applicazione si è concretizzata in un taglio ottuso, orizzontale e soprattutto disastroso della spesa pubblica, i processi sembrano non voler finire, il suo entourage pare si sia ridotto a un manipolo di signorsì, le ossessioni per i giudici e gli insegnanti bolscevichi sostituiscono nella sua testa il tentativo di trovare una soluzione alle difficoltà economiche del Paese.

 

 

Forse agli estimatori della sua storia di imprenditore (fermatasi si può dire nel 1994) piace ricordarlo così, tra mille virgolette, “giovane startupper”:


Siamo in una botte di ferro

Su L’Espresso di questa settimana, cioè del 13 ottobre 2011, c’è una simpaticissima intervista di Stefano Vastano a un ex Presidente della Confindustria tedesca, Hans-Olaf Henkel (per chi se la vuole andare a leggere tutta: è a pagina 150).

Immagine proveniente dal sito ufficiale della BCE

L’argomento è il fondo europeo salvastati, il rischio Default di Grecia, Spagna e Italia, e l’euro.

Per rendere l’idea di che opinione è Hans-Olaf Henkel forse basta dire che l’articolo dell’intervista comincia con

<<Il fondo salvastati? “Miliardi sprecati per salvare l’inefficiente statalismo di Sarkozy”>>. […]

In più, sempre nel – chiamiamolo così – preambolo, prima della parte domandeerisposte, si dice che è un

[…] <<fiero critico dell’euro nonché convinto assertore di quella valuta che battezza Euro-Nord: “Circolerebbe solo in Germania, Austria o Finalndia, salverebbe non solo l’economia tedesca, ma anche Italia e Spagna>>. […]

Fin qui niente di strano, a parte il fatto che non si tratta proprio di un marxista di ferro con la stella in fronte. So’ idee sue e tanto di cappello.

Ma entriamo nel vivo:

[…] <<La soluzione che propone qual è? Gettare l’euro e la Grecia a mare?

“Non abbiamo alternative: o la Grecia fuoriesce dalla zona euro, oppure – è il piano che propongo – l’euro resta la valuta solo nei paesi più deboli. Ma la Germania, e gli altri paesi competitivi, entrano nella zona dell’Euro-Nord”.

Ma così spacca l’Europa in due…

“È già spaccata. Austria, Olanda Germania e Finlandia fanno un’altra politica economica rispetto al resto della Ue. Al Sud, l’euro ha aiutato assistenzialismo e debito pubblico”>>.

E già qui un po’ la cosa mi puzza. Io non ho i titoli di Hans-Olaf Henkel, non sono stato Presidente della Confindustria tedesca, né ai vertici di IBM, né sono Professore presso l’Università di Mannheim (for business studies, in questo articolo della Deutsche-Welle), che secondo Die Zeit dovrebbe essere l’Harvard di Germania (almeno per alcuni campi), però però che l’euro possa aver aiutato l’assistenzialismo in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia mi sembra un po’ strano. Dopotutto l’euro si è portato appresso il Patto di Stabilità e tutti i Paesi, quelli che ho nominato compresi, sono sottoposti ad un vincolo in più e non in meno. Mi dico che probabilmente mi sto sbagliando, e che non è vero che sta adattando in modo un po’ maldestro la realtà alle sue idee generali o particolari. Evidentemente, penso, le sue ragioni posano da qualche parte assai solida.

Ma il dubbio è venuto forse anche all’intervistatore, infatti dice, andando avanti:

<<Veramente in Grecia, Italia o Portogallo, i debiti si facevano anche prima dell’euro.

“Quando ero presidente di Confindustria. l’Italia era per noi tedeschi un concorrente formidabile perché i vostri politici avevano libertà di svalutare la lira. I prodotti del made in Italy risultavano imbattibili. L’euro ha legato le mani alla vostra economia, e da allora l’Italia sprofonda nei debiti. Siete la vera bomba a orologeria per l’Ue”>>. […]

Mannò! Non è possibile! Non è assolutamente dall’introduzione dell’euro che l’Italia sprofonda nei debiti!

Punto primo lo sanno anche i muri che il debito pubblico italiano si è aggravato in modo rilevante all’incirca tra la fine degli anni ’70 e il ’92/’93, in mezzo ci sono i fatidici anni ’80; come è chiaro da questi grafici (che vanno anche molto indietro nel tempo), presi da uno studio della Banca d’Italia:

Punto secondo i muri italiani lo sanno, e i muri tedeschi? Non mi aspetto che quello che monta lo sportello alla BMW serie 7 sappia recitare a memoria il rapporto Debito/PIL dell’Italia dall’Unità d’Italia ad oggi, ma che almeno un economista tedesco preso a caso sappia suppergiù le cose più chiacchierate della storia economica dei Paesi più grandi d’Europa.

Punto terzo da quando è iniziato a circolare l’euro fino a prima dello scoppio della crisi del 2008 il rapporto è addirittura rimasto sostanzialmente costante, se non è diminuito!

Ovviamente non scende dalle nuvole, quel che dice sul Made in Italy nella lira è abbastanza vero e abbastanza noto. Potrei sembrare un po’ pedante e zeccoso e non perdonargli niente, ma una certa precisione di pensiero credo sia necessaria. Si tratta pur sempre di una persona che rilascia molte interviste ai giornali economici più importanti e potrebbe partecipare a diverse decisioni fondamentali.

Non chiedo di prevedere il futuro, ma insomma, almeno di non cambiare il passato.