Giacomo e Il malocchio: due racconti incompiuti di Italo Svevo da leggere prima di La coscienza di Zeno

La settimana scorsa, dopo aver avuto a che fare con La coscienza di Zeno più di dieci anni fa, senz’alcun apparente motivo, mi è venuto il forte desiderio di leggere il resto delle opere di Italo Svevo. Per cui ho comprato I Meridiani.

A posteriori dico che ho fatto benissimo.

Le mie idee su La coscienza di Zeno sono diventate più convincenti, e ancora di più lo sono diventate quando mi sono imbattuto in due racconti incompiuti: Giacomo e Il malocchio. La coscienza di Zeno ha avuto talvolta un’interpretazione letterale, ma a me sin dall’inizio è parso che fosse un lungo scherzo. I due racconti mi sembrano collegabili a due cose corrispondenti nel romanzo – collegabili indirettamente.

Trascrivo i due racconti e aggiungo foto delle note introduttive presenti sui Meridiani, che possono aiutare nella lettura.

Io ho riso quasi tutto il tempo.

Note sul racconto incompiuto [Giacomo] di Italo Svevo. Dai Meridiani.

Continua a leggere

Annunci

Come giustificare una libreria privata con un milione di libri

A volte mi trovo a dover fronteggiare una situazione in cui un ospite arriva a casa mia, e reagisce alla scoperta di migliaia di libri con frasi del tipo: “Ma li hai letti tutti?” con tanto di alzata di sopracciglia di perplessità a seguire.

 

 

Credo di condividere questo destino con un po’ di persone, tra cui Umberto Eco, che ha scritto diverse cose sull’argomento.

Ho raccolto quattro suoi (anche divertenti) articoli con cui convincere o provare a convincere se stessi che va tutto bene e si è sani e in salute.

 

 

Umberto Eco nel 1971

Continua a leggere


Vinicio Capossela, Pryntyl, Céline e Scandalo negli abissi

Mi hanno detto che anche al Petruzzelli è stato splendido il 20 novembre.

Io invece sono andato alla tappa di Molfetta in estate, l’11 agosto, e mi sento di dire che difficilmente il luogo poteva essere più indovinato. Le due tappe pugliesi (non le uniche) facevano parte infatti del Tour “Marinai, profeti e balene” di Vinicio Capossela successivo all’uscita dell’album con lo stesso nome del 26 aprile 2011, che è, come si capisce subito, quasi totalmente dedicato al mare. Per dir meglio il concerto a Molfetta si è tenuto sulla banchina San Domenico, che è praticamente quella su cui si trova la bitta sullla destra in questa fotografia:

 

 

A night in Molfetta..La foto sopra è il porto di Molfetta con il Duomo e devo ringraziare l’utente *tilli* su flickr.

 

 

Quindi il pubblico aveva davanti il palco del concerto e alle spalle una vista simile, in più si poteva quasi toccare l’acqua con le dita.
Un concerto davvero minuziosamente curato, stupendi i colori, le luci, i costumi, i suoni e soprattutto la magia dei brani delll’ultimo album di Capossela, che migliore atmosfera non avrebbero forse potuto trovare.
Tanto da far dire a Vale D, una blogger che si occupa ed è appassionata di teatro, in una recensione della tappa agli Arcimboldi di Milano: “Quante volte quando leggo di cantanti che fanno i concerti nei teatri penso: “Ridate i teatri agli attori!”, rivendicando la pertinenza di questo luogo (sacro, certo, trattandosi il teatro di rito) a coloro che sono stati designati a esserne i sacerdoti, ovvero gli attori.
Il caso del concerto a cui ho partecipato stasera è diverso: sul palco un sacerdote della Parola, Vinicio Capossela […]”, “[…] Al di là della maggiore immediatezza del linguaggio musicale rispetto a quello verbale (su cui, in realtà, bisognerebbe puntualizzare perché non è per nulla scontato) sentiamo che c’è più attinenza nel suo modo di rivisitare i miti di quanto non faccia il teatro […]” e “[…] Vinicio è un sacerdote più degno di tanti teatranti che usurpano il luogo […]”.

Continua a leggere


Chi è Hemingway? Non è il regista di Ladri di biciclette

Era da un po’ di tempo che avevo un gruppuscolo di libri che non si faceva leggere. Nel senso che ce n’erano altri che m’attiravano di più, e quindi me li tenevo, diciamo così, in coda.

A un certo punto ho deciso di risolvere questa fastidiosa situazione e d lvell da nanz aij ucchij (tradotto: di toglierli da davanti agli occhi; vedere la pagina About).

Ebbene mi sono sorbito Paulo Coelho (Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto: ho pianto anche io nel leggerlo, non per gli stessi motivi, e mi sono riservato pure di gridare ogni tanto AMEN a voce alta; eppure giuro che ho cercato di leggerlo senza pregiudizi), poi ho preso Kawabata (Il paese delle nevi, niente male, avevo sbagliato a rimandare, è anche breve) e poi Il testamento Donadieu di Georges Simenon (non è un giallo con Maigret e gli è riuscito più che bene).

Poi è stata la volta di un volume che è capitato solo per caso tra i miei scaffali. Qualcuno lo deve aver regalato a mia madre e mia madre per tutta risposta l’ha sbattuto sugli scaffali della veranda, destinati alla roba che può ingiallire impunemente (nel senso che può ingiallire senza che io insegua mia madre con un randello). Un giorno mi è capitato sotto gli occhi, ho deciso che era peccato lasciarlo là e l’ho riportato in casa, nella mia libreria.

Si tratta di Gli scritti costieri di Gabriel Garcia Marquez, una raccolta di suoi articoli pubblicati su alcuni giornali, del periodo in cui ha vissuto tra Cartagena e Barranquilla (in Colombia). Siamo tra il 1948 e il 1952, quindi aveva tra i 21 e i 25 anni circa, insomma si tratta proprio di esordi. E si vede. Credo che non avrebbe tutti i torti se volesse vedere sparire dalla circolazione alcuni brani del 1948, roba da liceale scarso.

Anche l’ispanista Jacques Gilard, che ha curato l’opera, nell’introduzione dice (a pagina XXXVII, I edizione gennaio ’97):

“[…] Sta di fatto che nella sua produzione giornalistica del 1948, soprattutto quella che va da maggio a luglio, l’influenza formale tipica del piedracelismo (una scuola poetica colombiana NdA) produce risultati negativi. Devono rimanere fuori da quest’ottica i testi del 3 giugno, del 4 e 6 luglio, veri e propri poemi in prosa (riuscitissimi), ma quelli propriamente giornalistici mostrano spesso uno stile troppo manierato; e greve di goffaggini da un punto di vista giornalistico. E’ uno stile troppo letterario e poetico, nell’accezione peggiore dei termini. Garcia Marquez cerca senza tregua di costruire audaci e brillanti metafore che cadono spesso nella facilità e nell’arbitrarietà dell’ossimoro. C’è una continua ricerca di immagini, un instancabile tentativo di istituire rapporti irrazionali fra parole e oggetti. Parole e oggetti che si presumono poetici: l’aggettivo frutal (fruttale), per esempio, ricorrente a Cartagena e che ricomparirà molto di rado a Barranquilla. La vertebra è un’altra parola – e un’idea, e un motivo – ripetutamente usata. Anche la viola compare abbastanza spesso nei suoi primi testi (così come nei primi racconti), associata alla morte, mentre evidentemente si tratta di un fiore che non ha nulla a che vedere con autentiche esperienze tropicali, e si può arrivare a sospettare che a quel tempo Garcia Marquez non avesse mai visto una viola vera. […]”

Giusto per rendere l’idea, sul dizionario De Mauro (I edizione) la parola “fruttale” non esiste proprio, infatti, se ci fosse, si dovrebbe trovare tra “fruttaiolo” e “fruttare”, ma non è così, non c’è niente in mezzo.

Se poi Garcia Marquez non debba farsi una risata nel rileggere questo suo brano del ’48, beh sì, se la deve fare (a pagina 19):

“[…] Le navi del fazzolettone, travolte dalla forza del vento contrario, vivono sempre la loro disfatta. La negra guarda l’orologio. Estrae uno spechietto dalla borsa e con femminile maestria si sistema il fazzolettone che rimane aderente alla sua chioma indomita. Adesso il vento passa imprimendo alle imbarcazioni una lieve oscillazione dal mare quieto. La negra lo sa e sorride contenta, con un ampio e affilato sorriso sfolgorante come un machete.

Noi passeggeri abbiamo l’impressione che tutte le navi del mondo abbiano attraccato al molo della sua vanità. […]”

In realtà non è ovviamente (e fortunatamente) tutta così la raccolta. Verso il 1950 gli articoli si fanno godibilissimi e ho cominciato ad avere piacere nel leggere recensioni e commenti ad eventi accaduti in quel periodo.

Per esempio c’è un articolo su Ernest Hemingway del giugno 1950, in occasione dell’uscita del suo romanzo Di là dal fiume e fra gli alberi. Non ci azzecca proprio alla grande, infatti scrive (a pagina 231):

“[…] Si può essere sicuri che la fama di Hemingway finirà molto prima del conto in banca dei suoi eredi e forse quando non sarà ancora svanita la stravagante collezione di cani e gatti che lo scrittore tiene nel suo palazzo all’Avana. […]

[…] Hemingway, con la sua vita degli ultimi anni, non ha fatto altro che accelerare la digestione di quel poco di gloria che gli è toccato, per essere sicuro che, al momento della sua morte, se la porterà via tutta intera, equamente e abbondantemente distribuita in ognuno dei cinque sensi.”

Ma a parte queste curiosità, a un certo punto, nell’ottobre del 1950, compare una recensione davvero interessante, e con cui io mi trovo assai d’accordo, di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, che merita di essere trascritta completamente e che fa meritare al libro tutto questo post sul blog (da pagina 315):

Titolo: Ladri di biciclette

Il film di Vittorio De Sica – attualmente proiettato in una sala della città – fa pensare molto ai progressi e alle possiblità dell’arte cinematografica. Gli italiani stanno facendo cinema per strada, senza studi, senza trucchi scenici, come la vita stessa. E come la vita stessa si svolge l’azione in Ladri di biciclette, che può essere definito, senza timore di esagerare, il film più umano che sia mai stato girato.

Nella stremata Italia del dopoguerra, una bicicletta si trasforma nell’unica condizione perché un uomo, sua moglie e il loro bambino di nove o dieci anni sopravvivano all’angoscioso momento in cui si ritrovano a lottare. Nel film, la bicicletta si trasforma in un mito, in una divinità con ruote e pedali grazie al cui contributo – e solo con questo – l’uomo vincerà la sua fame. Dalla semplicità del titolo sino alla terribile semplicità del finale, il film di De Sica non è altro che l’angosciosa ricerca di una bicicletta rubata nelle vie di Roma, dove prolifera un vertiginoso, abissale mercato di biciclette, durante la domenica più lunga e spietata che un uomo abbia mai vissuto. Un mio conoscente, insoddisfatto dello spettacolo, mi diceva: <<E’ una gran stupidaggine. Un uomo che cerca una bicicletta per tutto il film e alla fine viene fuori che non la trova>>.

Credo che questa sia la sintesi più esatta di Ladri di biciclette. Esatta quanto è errata e assurda l’affermazione secondo cui il film sarebbe una gran stupidaggine. Mi piacerebbe che chi ha avuto questa idea si ritrovasse nelle stesse circostanze del protagonista. Sicuramente, senza essere un attore né pretendere di esserlo, interpreterebbee il suo ruolo con la stessa precisione, con la stessa angosciosa naturalezza dell’uomo per il quale la vita si riduce a una bicicletta, che può sembrare insignificante a chi si sia stufato di tutti i divertimenti e decida di rifugiarsi in un cinema, per puro passatempo borghese.

Ladri di biciclette – e il numero di persone che non saranno d’accordo con questa idea è così voluminoso che lo perdo di vista – è un film invulnerabile, uno di quei pochi che non ammettono obiezioni da alcun punto di vista. Coloro che vi hanno preso parte non sono attori professionisti. Sono uomini presi dalle strade di Roma, normali passanti che probabilmente vanno al cinema molto di rado e ignorano i segreti della rappresentazione teatrale, ma che sono così intimamente legati al dramma della vita del dopoguerra, da non avere alcuna difficoltà a cavarsela davanti all’obiettivo. Se a chi recita in Ladri di biciclette fosse stata assegnata una parte in un film western o in un’opera di Shaw, molto probabilmente il film sarebbe stato un fallimento. Ma sono stati presi dalla vita, per un momento, e poi immersi, nella stessa salsa, lì dove l’unico elemento strano erano gli obiettivi e gli altri marchingegni tecnici. Ma nulla di più.

La recitazione del bambino non può essere definita altrimenti che geniale. Ormai divenuto un ricordo, si dubita ancora che tutto quanto gli si è visto fare in Ladri di biciclette si sia svolto sullo schermo. E sarebbe interminabile analizzare le innumerevoli scene, piene di vivida drammaticità, che sarebbero bastate perché questo film, che tante proteste e così scarse manifestazioni d’entusiasmo ha suscitato in città, fosse straordinario e indimenticabile.