Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte, il vitalizio e nessuno si permetta di cancellare i Comuni di Faeto e Celle di San Vito – Commenti alle 100 proposte #3

L’intenzione iniziale, quando ho cominciato a scrivere il primo post su Matteo Renzi e Pippo Civati, era di fare una rapida panoramica sulla nascita e lo sviluppo dell’attività politica dei cosiddetti rottamatori, partendo dall’intervista di Renzi dell’agosto 2010, per poi passare a commentare le 100 proposte pubblicate alla fine dell’evento Big Bang alla Stazione Leopolda del 28, 29 e 30 ottobre 2011.
Il fatto è che la ricostruzione dello sviluppo dell’attività politica dei rottamatori si è rivelata in realtà più lunga del previsto e così le ho dovuto dedicare due post. Adesso finalmente posso parlare delle 100 proposte.

Prima però riassumo gli avvenimenti richiamati nei post precedenti (Storia incompleta dei rottamatori Parte Prima e Parte Seconda):

– nell’agosto del 2010 Matteo Renzi rilascia la famosa intervista in cui dice che “dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”, nascono i cosiddetti rottamatori;

– nel settembre del 2010 Matteo Renzi e Pippo Civati annunciano la preparazione di un evento in cui discutere di nuove idee per il PD e per il Paese;

– tale evento si chiama Prossima Fermata: Italia, si tiene il 5,6 e 7 novembre 2010 alla Stazione Leopolda di Firenze ed è un grande successo;

– all’inizio di dicembre 2010 Matteo Renzi vede Berlusconi ad Arcore e l’avvenuto incontro viene rivelato da Repubblica e Libero prima dello stesso Renzi, cominciano i primi disaccordi con Pippo Civati;

– forse Renzi nei due mesi successivi alla convention della Stazione Leopolda non si impegna troppo nel movimento Prossima Fermata: Italia sorto da essa, nei primi di gennaio 2011 fa delle dichiarazioni in cui avverte o auspica di non fare dei rottamatori una corrente del PD, negli stessi giorni dice di essere dalla parte di Marchionne e diserta sia la predirezione PD organizzata da Civati del 12 gennaio 2011, sia l’evento di Bologna del 16, che pure aveva progettato lui stesso, Civati non nasconde il suo forte disappunto per tutto ciò;

– nel giugno 2011 Renzi dichiara di non sostenere completamente il referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, opta per un no sull’acqua, ancora disaccordo con Civati;

– nel luglio del 2011 Renzi dice in un’intervista a Sportweek che i dipendenti comunali di Firenze «Chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento», scoppia la polemica con i sindacati e incassa i complimenti di Brunetta;

– nell’agosto 2011 Civati rilascia delle interviste e si scrivono degli articoli sul logoramento del rapporto tra Renzi e Civati. Civati sostiene di aver condiviso “poche delle cose che Renzi ha detto in quest’ultimo anno”;

– il 28, 29 e 30 ottobre 2011 si tiene l’evento Big Bang alla Stazione Leopolda di Firenze e si rendono pubbliche le 100 proposte. Civati va a trovare a sorpresa Renzi durante la convention.

Dopo la pubblicazione delle 100 proposte, scaricando il file pdf della lista dal sito ufficiale dell’evento, ci si accorge che figura come autore del documento Giorgio Gori, che è stato tra l’altro tra i partecipanti più attivi alla convention. Giorgio Gori poi conferma che per scriverle è stato usato il “suo Mac”, ma “le proposte sono invece venute da molte fonti diverse”. C’è stata sostanzialmente una disattenzione nel non cambiare le proprietà (tra cui il nome dell’autore) che assegna di default l’editor di testi, tuttavia molte persone hanno commentato ironicamente questo fatto, visto che Giorgio Gori è stato direttore di Canale5 e di Italia1. In ogni caso adesso il documento è stato modificato.

Per tutte le fonti e ulteriori dettagli leggere i post precedenti Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte e gli operai Volkswagen – Storia incompleta dei rottamatori #1 e Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte, Brunetta, Giorgio Gori e Uan di Bim Bum Bam – Storia incompleta dei rottamatori #2.

 

 

Molte delle 100 proposte presentate dopo Big Bang sono idee che sono in verità in circolazione forse da diversi anni e che, per mancanza di sufficiente appoggio politico, per difficoltà di realizzazione, perché premature o per altre cause (possono anche fare schifo), non sono ancora andate in porto.
Non ci trovo spesso niente di strano e niente di sbagliato in questo fatto. Non vuol dire per forza ed esattamente che sono state copiate sane sane da altre iniziative politiche, si deve tenere presente che a volte si presentano alcune necessità per il Paese che sono avvertite indipendentemente da più movimenti. In altre parole per esempio le proposte collegate alla necessità di ridurre i costi della politica non me la sento di lasciarle in esclusiva custodia del Movimento 5 Stelle. Probabilmente proposte del genere verrebbero anche a quattro pensionati seduti a un tavolo il pomeriggio a giocare a scopone, e possiamo togliere il condizionale, volendo.
Oltre che, tra le altre cose, alcuni progetti e idee necessitano dell’appoggio di più, chiamiamoli così, gruppi politici.

In conclusione commentare le idee di Big Bang significa anche commentare alcune idee più o meno diffuse, che sono spesso nell’aria da un bel po’  e che sono sostenute anche indipendentemente dalla kermesse lanciata da Renzi.

 

 

Le 100 proposte sono divise in cinque macroaree, infatti, riprendendo l’aspetto e lo schema della pagina Big Bang, con i link che puntano direttamente alla fonte, ci sono:

RIFORMARE LA POLITICA E LE ISTITUZIONI

FAR QUADRARE I CONTI PER RILANCIARE LA CRESCITA

GREEN, DIGITAL, CULTURA E TERRITORIO:
LE NUOVE LEVE PER LO SVILUPPO

DARE UN FUTURO A TUTTI

PER UNA COMUNITA’ SOLIDA E SOLIDALE

Ho archiviato le pagine delle proposte, in modo da rendere permanente la possibilità di consultare le pagine.
Riformare la politica e le istituzioni (gialle): pagina 1, pagina 2, pagina 3.
Far quadrare i conti per rilanciare la crescita (arancioni): pagina 1, pagina 2, pagina 3, pagina 4, pagina 5.
Green, Digital, Cultura e Territorio (viola): pagina 1, pagina 2, pagina 3.
Dare un futuro a tutti (verdi): pagina 1, pagina 2.
Per una comunità solida e solidale (blu): pagina 1, pagina 2.

 

 

Vediamo quelle gialle.

 

 

1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
Cominciamo dalla testa. Il Parlamento, la sede della rappresentanza in cui si riflette la sovranità popolare, è oggi tra le istituzioni più denigrate e discreditate, anche perché è inefficiente. Quasi mille componenti e due camere che fanno lo stesso mestiere, entrambe titolate a dare e togliere la fiducia al Governo, con due serie di Commissioni che operano sulle stesse materie, due filiere dirigenziali, doppie letture su tutte le leggi, non hanno nessuna giustificazione. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone. Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge su cui la Camera elettiva si esprime in ultima istanza a maggioranza qualificata.

3 – La politica non sia la via breve per avere privilegi e una buona pensione.
Aboliamo tutti i vitalizi per i Parlamentari e i Consiglieri regionali. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari devono essere portate alla media europea, distinguendo nettamente le indennità dalle risorse messe loro a disposizione per l’esercizio dell’incarico, che devono essere amministrate dagli uffici del Parlamento.

Commento: del dimezzamento del numero dei parlamentari si parla da almeno 10 anni, come testimoniano questo articolo del 2000 di Repubblica e questo su RadioRadicale.it.
A un certo punto, a partire circa da luglio di quest’anno, gli italiani hanno assistito a un fiume di dichiarazioni di intenti, un tripudio di buoni propositi, un uragano di sintonia e di tutto e di più, da parte di politici di più o meno tutte le formazioni politiche su questo argomento. Si sono detti favorevoli, o hanno addirittura sollevato la questione: Berlusconi (dal Corriere), Alfano (da tg24.sky.it), Calderoli (da Il Giornale), Fini (da Repubblica), Veltroni (dal Corriere), Bersani (da L’Unità), Finocchiaro (stesso link di Veltroni). Insomma la cosa sembrava che dovesse andare a gonfie vele e che l’affare si dovesse chiudere in quattro e quattr’otto. E invece no. I disegni di legge che riguardano l’argomento si sono presto arenati per quisquilie burocratiche oppure hanno drasticamente ridotto il taglio previsto all’inizio, come confermano questo articolo su La Stampa, questo su Panorama e questo su Repubblica, tutti di settembre.

 

 

A proposito dei vitalizi si è all’incirca ripetuta la stessa cosa del dimezzamento dei parlamentari, con la differenza forse di qualche modesto successo.
Già nel 2001 si parlava di irrigidimento delle norme sul diritto al vitalizio e si fece qualche (direi microscopico) passettino, come mostra questo articolo di allora del Corriere.
Coraggiosamente nel settembre del 2010 il deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori, si azzardò a proporre un ordine del giorno sull’abolizione dei vitalizi. La Camera votò. Risultati? Eccoli:
“Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge.
Presenti 525
Votanti 520
Astenuti 5
Maggioranza 261
Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498”
Ho preso il testo tra virgolette dal post dedicato all’accaduto sul sito personale di Borghesi.
Dopo questa votazione sembra che non se ne sia parlato per un po’, fino a quando in giugno La Stampa ha pubblicato, con un articolo firmato da Carlo Bertini, una tabella sulle differenze tra i vitalizi dei parlamentari italiani e quelli francesi, tedeschi, britannici ed europei. L’articolo ha avuto una certa risonanza e ha innescato molte polemiche, come conferma questa pagina su tg24.sky.it.
Ho trovato l’articolo in questione, comparso su La Stampa del 23 giugno 2011, sulla pagina del Presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna Matteo Richetti a questo indirizzo e su questa pagina di IlCorriereBlog.it.
Questa la tabella comparativa presente nell’articolo di Carlo Bertini (che si può trovare al link appena segnalato) su La Stampa del 23 giugno 2011, si ringrazia dunque La Stampa per l’immagine (cliccare per ingrandire):

Dopo qualche settimana la proposta di abolire i vitalizi è nuovamente rimbalzata in Parlamento e pare che almeno la Camera li abbia aboliti, ma solo dalla prossima legislatura. Per i deputati di questa e di quelle precedenti varrebbero ancora le regole vecchie. Fonti: questo articolo e quest’altro su Repubblica.
Ma, come fa notare questo “divertente” articolo di L’Espresso, non bisogna mai sottovalutare l’importanza del vitalizio per il parlamentare.

 

 

Quanto alla diminuzione dei parlamentari, io sono completamente d’accordo, anche se forse sarebbe più sensato il taglio delle indennità. Infatti tagliando della metà l’indennità dei parlamentari si risparmia lo stesso all’incirca che tagliando il loro numero della metà, ma si evita di impoverire la rappresentatività democratica delle Camere. Un taglio del 50% dell’indennità è stato effettivamente presentato di recente, ed è stato bocciato (fonti: qui su Repubblica e qui sul Corriere). In ogni caso anche una riduzione del loro numero di come minimo il 20% sarebbe necessario.

 

 

Quanto alla proposta di adottare un sistema unicamerale, io ci penserei un po’ di più. E’ vero che c’è bisogno di più velocità in questo momento e ancora di più ce ne vorrà in futuro, ma l’Italia è un Paese di 60 milioni di abitanti e forse un Senato ridotto a cameretta per gli ospiti non va bene. Sicuramente ci si potrebbe ispirare alla Germania o agli Stati Uniti, che usano un altro sistema bicamerale e si potrebbe abbandonare il bicameralismo perfetto in vigore in questo momento in Italia. Ma passare all’unicamerale forse è troppo, persino i singoli Stati che compongono gli Stati Uniti sono dotati il più delle volte di due Camere (esempio: New York State con l’Assembly e il Senate).
Se facciamo per esempio una lista dei sistemi di Paesi ricchi e con popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti, per esempio Stati Uniti, Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Australia, Corea del Sud, Giappone, Canada, Spagna, di questi soltanto la Corea del Sud ha una sola Camera, l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Corea. Fonti: siti istituzionali dei vari Paesi; la voce in inglese di Wikipedia bicameralism può essere utile.

 

 

2 – Le elezioni diano potere ai cittadini non ai segretari di partito.
Per ridare autorevolezza al Parlamento bisogna innanzitutto abolire il “Porcellum”, l’attuale legge elettorale che consente la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie dei partiti, tornando ai collegi uninominali.

Commento: questo è assolutamente pacifico e la raccolta firme per indire il referendum per abolirlo ha già raggiunto l’obiettivo, come si può vedere dal sito referendumcontroporcellum.it.

 

 

4 – Un costo standard per le Regioni.
Oggi i Consigli delle varie Regioni hanno costi sproporzionati, che variano moltissimo senza nessuna giustificazione. Non sono legati alla dimensione dei territori che i Consigli dovrebbero rappresentare e nemmeno al numero dei loro componenti. Si va dai 35 milioni di euro dell’Emilia-Romagna agli oltre 150 milioni di euro della Sicilia. I consiglieri regionali devono avere un compenso e, chiaramente distinto da questo, un budget per le attività di servizio uguali in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali fissandolo ad un valore compreso tra gli 8 e i 10 euro annui per abitante.

Commento: l’idea del “costo standard” è stata applicata o si desidera applicarla ai Sistemi Sanitari delle Regioni per controllarne meglio la spesa. Fa parte di alcuni provvedimenti sul federalismo fiscale. Forse la sua applicazione alla spesa per le assemblee legislative regionali sarebbe anche più sensata, non trovo cattiva questa proposta.
Fonti e per altre informazioni: questo articolo su Repubblica, questo sul Corriere, questo su Il Sole 24 Ore e questo su saluteinternazionale.info.

 

 

5 – Abolizione delle province.
Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.

Commento: sono almeno cinque anni che se ne parla con una certa frequenza, come mostra questo articolo del 2006 di L’Espresso.
L’Italia dei Valori si sta impegnando molto in questa direzione e in luglio propose direttamente di abolirle in Parlamento, ma la proposta non passò, anche per colpa dell’astensione del PD, cui seguirono molte polemiche, fonti: qui su Repubblica e qui sul Corriere.
Fa anche parte del programma del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, invece sembra essere ostacolata particolarmente dalla Lega Nord, fonti: i due articoli precedenti su Repubblica e Corriere.
L’impressione è che prima o poi le province verranno abolite, o almeno alcune di esse, e direi proprio che sarebbe giusto così.

 

 

6 – L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
I comuni sono il vero pilastro dell’amministrazione tra i cittadini, ma 8100 sono troppi, e tanti tra loro troppo piccoli per gestire i servizi che dovrebbero erogare. Mantenendo salvi i presidi locali e la rappresentanza dei centri minori, dovrebbero raggiungere attraverso unioni o fusioni una dimensione minima di 5.000 abitanti.

Commento: dico subito che trovo questa idea superficiale e cialtrona.
Anche questa proposta fa parte del programma del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e un provvedimento simile è entrato in realtà pochi mesi fa in una bozza della manovra anticrisi di agosto. Nel caso della bozza della manovra anticrisi si trattava di accorpamento obbligatorio dei comuni con meno di 1000 abitanti, fonti: qui un articolo su Repubblica e qui sul Corriere.

 

 

Ma appena si è diffusa la notizia del provvedimento sono cominciate le, io credo assai giuste, proteste.
Il fatto è che, pensando ai tanti piccoli comuni, si potrebbe subito immaginare che questa miriade di consigli comunali, sindaci, assessori, mantenga gente con robusti stipendi, compensi vari e chissà quali gettoni di presenza in cambio della gestione amministrativa di poche anime. Si potrebbe pensare che, non so, un sindaco di un comune qualsiasi, minimo quei 1500 euro al mese netti li porti a casa. E invece non è così. I numeri veri sono questi (valori netti): “da 400 a 800 euro al mese per ogni sindaco, da 40 a 90 euro per ogni assessore e dai 10 ai 20 euro per ogni gettone di presenza dei consiglieri”, fonte: questo articolo sul Corriere. Quante sono le sedute? Le sedute sono 5,6 per esempio per il Comune di Marsaglia, in Provincia di Cuneo, fonte: questo articolo di Panorama. “Il vice sindaco di Panettieri, piccolissimo comune in provincia di Cosenza noto per le antiche tradizioni nella panificazione, guadagna 76 euro al mese, il sindaco ne prende mille. Tutto il consiglio comunale costa 600 euro l’anno”, fonte: questo articolo di Repubblica.

 

 

Uno potrebbe obiettare che tutti insieme chissà quanti soldi fanno. E invece i Comuni sotto i 1000 abitanti, secondo l’ultimo articolo di Repubblica linkato, sono 1963 e costano a tutto il Paese al massimo la gigantesca somma di 5 (cinque) milioni di euro all’anno, cioè al massimo quanto costano 11 parlamentari per tutto l’anno. Se invece consideriamo che molti amministratori dei piccoli Comuni non ritirano i propri simbolici compensi, in pratica 1963 Comuni d’Italia costano quanto 3 (tre) parlamentari all’anno, fonte: questo articolo di Repubblica. Ancora: considerando l’entità della manovra, cioè circa 20-25 miliardi di euro per anno e prendendo anche la somma più piccola, 20 miliardi di euro, l’impatto dell’accorpamento dei piccoli Comuni sul totale sarebbe dello 0,25%! Fonte: ho preso i valori della manovra dal primo articolo del Corriere linkato nel commento. Ancora: il mancato accorpamento invece delle elezioni locali e del referendum è costato allo Stato 700 milioni di euro, se fossero stati risparmiati, 1963 Comuni si sarebbero pagati le spese per 140 anni! Fonte: questo articolo di Repubblica (già segnalato nel commento).

 

 
E’ uno schifo vedere che “si giunge al ridicolo ed all’offesa vergognosa per migliaia di amministratori di piccoli comuni i cui ruoli di consiglieri comunali (19-20 euro lorde a seduta per 3-4 consigli all’anno, e che spesso vengono lasciate nelle casse dei Comuni o devolute in assistenza) e di assessori (nei Comuni sotto i mille abitanti l’indennità di un assessore arriva alla esorbitante cifra massima di 130 euro lorde al mese, quando percepita), vengono indicati come uno dei piatti forti dei tagli ai costi della politica. Indennità che spesso non vengono neppure percepite o che risultano ulteriormente dimezzate quando l’amministratore, come nella maggioranza dei casi per i piccoli Comuni, è un lavoratore dipendente”, parole di Mauro Guerra riportate in questo articolo di L’Unione Sarda.
Aggiungo che i piccoli Comuni sono cosa diversa dalle Comunità Montane, nel caso a qualcuno fosse venuto il dubbio.

 

 

Pensare o aver pensato di sopprimerli è una vergogna. I piccoli Comuni fanno parte della storia d’Italia, custodiscono tradizioni e bellezza maturate nel corso di centinaia di anni.

 

 

Io non voglio vedere scomparire per esempio i piccoli Comuni pugliesi Panni, Motta Montecorvino, Faeto, Isole Tremiti, Volturara Appula e Celle di San Vito (era previsto che succedesse, qui l’articolo sul Corriere).

 

 

Faeto e Celle di San Vito sono due Comuni della Provincia di Foggia immersi nel meraviglioso subappennino dauno e costituiscono l’isola linguistica francoprovenzale di Puglia.

 

 

L’altro posto del mondo dove si parla il francoprovenzale, che adesso viene chiamato più spesso arpitano, è distante circa 800km, ed è l’area comprendente la Francia centrorientale, nei pressi del confine con l’Italia, la Valle D’Aosta, la parte nordoccidentale del Piemonte e la Svizzera occidentale. Si tratta di una delle tre lingue galloromanze insieme al francese e all’occitano, che si parla nella Francia meridionale. Fonte: questa pagina su Arpitania.eu. Sempre ringraziando il portale Arpitania.eu, copio l’immagine della mappa che illustra dove si parla il francoprovenzale, dove figurano incredibilmente separati i due Comuni di Faeto e Celle di San Vito:

L’esistenza di questa peculiarità all’interno della Puglia non è ancora chiara per tutti gli studiosi. L’unico fatto che mette tutti d’accordo è che tra il Duecento e il Quattrocento alcune persone parlanti una lingua galloromanza hanno fondato l’isola linguistica in Puglia.

 

 

Con tutta probabilità il fatto che si siano materializzati a un certo punto delle persone che parlavano una lingua a circa 800km di distanza è da collegarsi con l’arrivo di Carlo I D’Angiò. La superstar capetingia, e ricordiamo che i Capetingi non sono altro che una famiglia aristocratica dei Franchi, che non sono altro a loro volta che una tribù germanica e tra i più numerosi progenitori dei francesi e dei centroeuropei (mitteleuropei, a essere raffinati), scese nel Sud Italia nel 1266 dopo che Papa Clemente IV gli offrì la Corona del Regno di Sicilia in cambio della rinuncia ad almeno la Lombardia e la Toscana. I vari Papi, intimoriti da un sovrano che mirasse a tutta l’Italia, e verosimilmente alla fine anche a Roma, si presero la briga di offrire la Corona del Regno di Sicilia a chiunque promettesse loro di non cominciare poi a conquistare tutta la penisola, cosa che stavano cercando di fare Federico II, il puer Apuliae, e poi suo figlio Manfredi, allora Re di Sicilia.
Carlo I D’Angiò accettò e sconfisse la resistenza di Manfredi a Benevento appunto nel 1266. Quindi dovrebbe essere successo anche che, da quel momento e negli anni successivi, nel tentativo di rinforzare la presenza sua, nuovo Re, e dei suoi compari nel Regno di Sicilia, fece scendere gente dalla Francia per popolare con gente amica e aiutare a controllare pure millitarmente la zona di Lucera e appunto di Faeto e Celle di San Vito.

Un’altra ipotesi, formulata dallo studioso francese vissuto nel Cinquecento Pierre Gilles, è che gli abitanti di Faeto e Celle di San Vito siano i discendenti di una comunità valdese scappata dalla Provenza in seguito a persecuzioni religiose nel Quattrocento, quindi circa 200 anni dopo rispetto all’arrivo supposto dalla prima ipotesi.

Un’altra ancora è che gli abitanti di Faeto e Celle di San Vito debbano il loro idioma galloromanzo a una comunità proveniente da qualcuno dei comuni piemontesi.

Le informazioni di queste righe fanno riferimento alle seguenti fonti: Das Frankprovenzalische in Süditalien di Dieter Kattenbusch (qui la pagina su Google Books), Bilinguismo e diglossia in Italia di Autori vari, Pacini Editore, Alcune considerazioni sulle parlate di Faeto e Celle alla luce di una recente pubblicazione di Tullio Telmon sul “Bollettino dell’Atlante linguistico itaIiano”, serie III, Histoire ecclésiastique des églises vaudoises de l’an 1160 au 1643 di Pierre Gilles, pubblicazioni di Lingua e Storia in Puglia del Centro residenziale di studi pugliesi di Siponto di Michele Melillo (esempio su Google Books), la santissima Wikipedia e qualsiasi libro di testo di Storia delle scuole superiori.

 

 

Vediamo con alcune fotografie come sono questi posti, cominciamo con Faeto.

Faeto

La foto sopra è un panorama con Faeto scattata da Carmine Filomena, su flickr.

Gallucci-9605-S1-033A

La foto sopra è un vicolo di Faeto e la devo a OrigamiKid, su flickr.

La foto sopra invece è la Casa del Capitano a Faeto e devo ringraziare l’utente Notturno_Italiano, che l’ha postata sul forum LaConfraternitadellaPizza in questo topic.

La foto sopra è vico chiuso erario a Faeto e per essa devo ringraziare Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è vico Valentino a Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è stata scattata a Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è Faeto vista da Contrada Grifone e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

Vista serale da Faeto

La foto sopra è un panorama serale da Faeto e la devo all’ottimo Piggei, su flickr.

Paesaggio di Capitanata

La foto sopra è un paesaggio nei pressi di Faeto e la devo ad Antonello Vigliaroli, su flickr.

Vista serale da Faeto

La foto sopra è un altro panorama serale da Faeto e la devo ancora a Piggei, su flickr.

 

 

A Faeto, tra le altre cose, si fa un prosciutto che fa parte dell’elenco nazionale dei Prodotti Tradizionali (qui l’elenco di quelli pugliesi sul supplemento della Gazzetta Ufficiale). Si chiama proprio prosciutto di Faeto ed ha una sua scheda sul sito dei prodotti tipici dell’Assessorato alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia. Qui e qui due salumifici (Moreno e De Luca) che hanno il sito Web.

 

 

Celle di San Vito invece è il più piccolo Comune di Puglia per numero di abitanti e deve parte del suo nome ad una comunità di monaci che, da circa l’anno 1000, si era stabilita a qualche chilometro di distanza in un convento dedicato a San Nicola. Probabilmente per sfuggire alla malaria i monaci si spostarono sulla montagna e costruirono delle cellette dove adesso si trova Celle di San Vito, che successivamente usarono anche come dimore estive. Il convento di San Nicola progressivamente perdette di importanza, fu abbandonato e con esso le cellette. Ma non per sempre, perché, presumibilmente dopo la battaglia di Benevento del 1266, furono occupate dai coloni di lingua francoprovenzale. L’altra parte del nome invece si deve alla presenza del Santuario di San Vito. Fonte: il sito istituzionale di Celle di San Vito.

Celle vista da Faeto

La foto sopra è Celle di San Vito vista da Faeto e la devo al bravissimo Piggei, su flickr.

Mini-market

La foto sopra è stata scattata a Celle di San Vito, si tratta di un minimarket ambulante, e la devo a giogio02, su flickr.

half drowned

La foto sopra è stata scattata a Celle di San Vito e la devo invece a Luca Bos, su flickr.

Celle di San Vito (FG)

La foto sopra è una piazza a Celle di San Vito e la devo ancora a Luca Bos, su flickr.

Celle di San Vito (FG)

Nella foto sopra la chiesa di Santa Caterina a Celle di San Vito, la devo ancora a Luca Bos, su flickr.

Nella foto sopra una croce francoprovenzale a Celle di San Vito. L’ho presa dal sito istituzionale di Celle di San Vito.

Nella foto sopra il Santuario di San Vito a Celle. L’ho presa dal sito istituzionale di Celle di San Vito.

La foto sopra è Celle di San Vito vista da Faeto e per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

La foto sopra è il Monte Cornacchia, il più alto di Puglia, che si trova nelle vicinanze; per essa devo ringraziare ancora Peppino Pavia (qui per la versione archiviata).

 

 

Nonostante ci siano delle difficoltà nel cercare di far sopravvivere l’isola linguistica francoprovenzale di Puglia, anche per l’ovvio fatto che gli abitanti di Celle di San Vito e Faeto insieme fanno meno di mille abitanti, non è affatto tutto perduto. Non sono pochi anche gli studiosi che se ne occupano, per esempio la giovane linguista Naomi Nagy, attualmente docente presso la University of Toronto, in Canada, oltre ad aver pubblicato sull’argomento, è pure riuscita a tirare su un progetto, con la collaborazione del Comune di Faeto e i suoi abitanti, per realizzare un minicorso del dialetto!
La pagina del minicorso, che si chiama Parlanne Faitare!, si trova qui.

 

 

L’accorpamento avrebbe cancellato anche altri Comuni storici, come Barolo, in Provincia di Cuneo, che ha dato il nome all’omonimo vino. Fonte: qui su Repubblica.

 

 

Tornando alla bozza della manovra, le proteste furono numerose, le informazioni sull’argomento si propagarono rapidamente e alla fine sembrò esserci anche un certo sostegno dell’opinione pubblica e della stampa; i Piccoli Comuni organizzarono una manifestazione a Roma il 26 agosto di fronte a Palazzo Chigi. Fonti, alcuni link sono stati già segnalati: qui e qui su Repubblica, qui e qui sul Corriere, qui su Il Fatto Quotidiano, qui su Panorama, qui su La Nuova Sardegna.

Le proteste andarono a buon fine e la norma fu fortemente indebolita, rimanendo solo l’obbligo per i Comuni di accorpare e organizzare insieme i servizi fondamentali (fonti: qui su Repubblica, qui sul Corriere, qui su La Stampa e qui su Il Sole 24 Ore). Anche se pare che la norma poi approvata sia abbastanza confusa e stia suscitando comunque malumori nell’ANCI, fonti: qui e qui sul sito dell’ANCI.

 

 

7 – I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici.
Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.

Commento: ricordiamo che in Italia nel 1993 si è tenuto in Italia un referendum, promosso da Marco Pannella, per abolire i finanziamenti pubblici ai partiti e che gli italiani si sono espressi con una percentuale bulgara, il 90,3%, per l’abolizione. Negli anni successivi la volontà popolare è stata gravemente tradita e sono stati introdotti i cosiddetti rimborsi elettorali, una forma leggermente diversa di finanziamento pubblico ai partiti, definitivamente nel 1999 (fonte istituzionale qui). Interessante questo articolo su L’Espresso.

 

 

Io sono per cancellare definitivamente i finanziamenti pubblici ai partiti, anche se forse una porta aperta a una (modesta) reintroduzione andrebbe sempre tenuta, visto che c’è il non insignificante difetto di far andare i partiti e i politici troppo incontro a chi i soldi li potrebbe dare.

 

 

8 – Azzerare i contributi alla stampa di partito.
Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.

Commento: ottima idea. Il Web dà la possibilità ai partiti e ai movimenti politici di avere i propri giornali e tanto altro praticamente a costo zero.

A mio parere un ottimo punto di riferimento per avere informazioni sui finanziamenti pubblici ai giornali di partito è questa puntata di Report, andata in onda il 23 aprile 2006 su Rai Tre e intitolata Il finanziamento quotidiano.

 

 

Sebbene io sia contrario invece a cancellare i contributi pubblici per qualsiasi prodotto editoriale. Ci sono testate e prodotti editoriali che sono patrimonio del Paese e non devono essere perduti, d’altra parte spesso richiedono somme irrisorie. Ma non c’entrano molto con la stampa di partito.

Sul blog Mac e Martello c’è un post sull’argomento.

 

 

Ho finito le proposte contenute nella prima pagina della lista del sito ufficiale di Big Bang e il post è nuovamente troppo lungo. Sono costretto a interrompere, per la terza volta.
Non so se riuscirò a scrivere i commenti alle proposte rimanenti, sarò molto impegnato e mi sto anche allontanando troppo dalla data dell’evento.

 

 

Prima di chiudere, ecco un video carino con Berlusconi che chiama troppo in ritardo a un evento in Calabria e i tecnici, impegnati ormai a smontare l’attrezzatura, si ritrovano con il Presidente del Consiglio al telefono. “Ma tu sta parlannu cu Berlusconi propriu, fammi capire”:


Matteo Renzi, Pippo Civati, le 100 proposte e gli operai Volkswagen – Storia incompleta dei rottamatori #1

Il 28, 29 e 30 ottobre si è tenuta a Firenze la convention, l’evento, del così chiamato Big Bang.
La convention si è svolta alla Stazione Leopolda, una bellissima stazione dell’Ottocento di Firenze che adesso ospita eventi, ed è il secondo appuntamento, che si è tenuto praticamente un anno dopo, di quello che fu Prossima Fermata: Italia il 5, 6 e 7 novembre 2010.

 

 

Verso l’agosto del 2010, sulla scia dell’insoddisfazione che si potrebbe dire praticamente generale per l’attività degli esponenti del PD e di tutta l’Opposizione, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, rilasciò una adesso famosa intervista, ben riportata da Repubblica. Tra le cose più o meno sacrosante che disse ci furono:

– “se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”;

– “i nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?”;

– “piuttosto mi fate capire, per favore, che dice il Pd sul lavoro che cambia? Sull’innovazione? Sull’ambiente? E sulle tasse? Facevo ancora la maturità e già Berlusconi e Tremonti promettevano la riduzione a due sole aliquote. Quando siamo andati al governo noi, l’unico slogan era l’agghiacciante pagare le tasse è bellissimo. Ci sarà pure una via di mezzo…”;

– “più che cambiare però io direi proprio: azzerare [il PD, NdA]”;

“io però faccio politica col Pd e sono impegnato nel mio ruolo di amministratore. E soprattutto quel grido di piazza Navona, “andate a casa”, allora era di un solo intellettuale. Oggi temo sia condiviso della stragrande maggioranza del popolo democratico [risposta integrale a frase del giornalista: “Sembra di sentire Nanni Moretti”, NdA]”.

La reazione di D’Alema, abbastanza divertente, fu: “Renzi il futuro del Pd? Anzitutto è il futuro di Firenze, dopodiché, legittimamente, nel tempo libero che ha lancia delle idee”. Mentre quella di Bersani: “in questa vicenda c’è stata qualche parola di troppo; in un partito occorre rispetto”. Anna Finocchiaro si espresse così: “Vorrei dire a Renzi, come farebbe una vecchia zia che, siccome il rinnovamento delle classi dirigenti, di tutte le classi dirigenti, è un problema vero dell’Italia, se si affronta evitando parole che sono un po’ maleducate, se non altro per rispetto nei confronti di chi ha lavorato anche per consentire a Renzi di fare bene il lavoro che sta facendo, forse è meglio”. Ovvio che non l’avrebbero accolto a braccia aperte, ma neanche a 45 gradi.

 

 

Dopo l’intervista venne all’attenzione una sorta di alleanza e collaborazione con Giuseppe Civati (qui la versione archiviata della home del suo blog), consigliere regionale del PD in Lombardia e PhD in Filosofia alla Statale di Milano.

Da questo post (qui la versione archiviata) sul blog di Civati e da questo sul sito personale di Renzi ricaviamo notizie sulla nascita dell’iniziativa Prossima Fermata: Italia del 5, 6 e 7 novembre 2010. Civati la presentò in settembre con queste parole: “Lo schema è semplice: l’iniziativa è aperta fin d’ora a tutti. E parlerà della nostra generazione, ma non dei giovani politici, bensì dei giovani elettori. E dei loro problemi e delle loro speranze. Non è una questione anagrafica (anche se un po’ lo è, per la verità), ma riguarda l’età di questo Paese e del mondo in cui viviamo”. Mentre Renzi scrisse: “chi ha voglia di ritrovarsi con altre persone normali, serene e desiderose di dare un contributo in positivo per il futuro può iniziare a mettere in agenda la data del 5, 6 e 7 novembre a Firenze. Con Pippo Civati proveremo a dare una scossa e una smossa alla nostra parte politica”.

L’evento ebbe un successo niente male e fu seguito dai principali giornali del Paese: qui l’articolo di Repubblica con informazioni e approfondimenti sull’iniziativa e qui un articolo del Corriere a appuntamento finito.
Il Post lo seguì si può dire nei dettagli, tanto che con la tag Prossima Fermata: Italia si possono ricostruire e leggere molti interventi. Qui c’è il livereport degli interventi finali di, per dirne alcuni, Renzi, Civati, Scalfarotto, Serracchiani e Simoni.

L’idea di Prossima Fermata: Italia nel 2010 fu ottima. Effettivamente c’era e c’è ancora un problema non piccolo all’interno dell’Opposizione e soprattutto del PD, cioè non si discute di niente. Non ci sono dei principi o proposte di base, possibilmente facilmente comunicabili alla gente, che D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Veltroni, etc possano presentare agli italiani. I dibattiti che si facevano e realisticamente si fanno all’interno dei partiti, si fanno al lume di candela, non si vede niente, non c’è luce, la loro risonanza è pari a zero.

E’ di poche settimane fa questa meravigliosa presa per il sedere di Bersani negli Sgommati, su Sky:

Invece quella iniziativa fu l’occasione per dire cose importanti e dire cose di sinistra e centrosinistra. Riprendo alcuni passi dagli interventi finali così come sono riportati da Il Post:

– La parola di Serracchiani è Europa. “Questo è il primo parlamento europeo che ha 135 deputati eletti in partiti di estrema destra. Su temi come l’immigrazione la sinistra europea dà risposte meno efficaci di quelle della destra. Noi falliamo quando le risposte tecniche non sono conseguenti ai valori cui ci siamo appellati”;

“Siamo l’unico paese europeo che in piena crisi economica ha tagliato su scuola, università e ricerca. Dobbiamo trovare i soldi? Tassiamo le rendite finanziarie” [sempre la Serracchiani, NdA];

– “Crediamo di vivere in un paese garantista sul fronte del lavoro, e invece abbiamo un esercito di giovani schiavi” [Scalfarotto, NdA];

– “Oppure prendete gli Stati Uniti: Obama prende una tranvata storica. Perché non è stato bravo a comunicare? A me piace pensare che quella scelta di cui la accusano – la riforma sanitaria – sia una di quelle scelte per cui vale la pena anche correre il rischio di prendere una tranvata” [Matteo Renzi, ebbene sì, NdA];

– “Chi nasce in Italia è italiano” [sempre Matteo Renzi, NdA];

– “Dobbiamo fare capire alle persone quello che diciamo. Abbiamo bisogno di tornare a parlare la parola delle emozioni” [Matteo Renzi, NdA];

– “Quello che ho capito stando da sindaco nell’ospedale dove un ragazzo di 21 anni era appena uscito dalla sala operatoria perché in questa città un gruppo delinquenti lo avevano picchiato fino a sfigurarlo solo perché amava un uomo. Quel ragazzo mi ha fatto venire un sentimento di rabbia che è pari a quello di una signora perbene di Firenze che quando ho messo una canzone di Tiziano Ferro durante un matrimonio s’è lamentata perché era un culattone. Questo punto è un punto culturale drammatico che sostanzia la battuta di Berlusconi” [Matteo Renzi, NdA];

– “Facciamo un grande investimento sull’unica cosa che ci salverà: la parola cultura, la parola bellezza” [Matteo Renzi, NdA];

“Nella prossima Repubblica si va con una cultura politica diversa. Non è solo importante numerare le proposte, ma dare delle priorità. Immigrazione, ambiente, sono temi poco affrontati. Ci rivolgiamo a chi ha voglia di costruire un paese con un partito nuovo, quello di chi non è ancora garantito” [queste sono parole di Pippo Civati invece, NdA];

– “Non ci interessa la collocazione nostra, ma quella del PD e il suo ruolo nel mondo. Ci dicono che non abbiamo contenuti, ma ne avete sentiti in questi giorni. Ci sono cose già sentite, ci dicono, certo, peccato che in Italia nessuno le abbia poi mai fatte. Non siamo una corrente, siamo una campagna, un’energia, tanti punti di vista” [ancora Pippo Civati, NdA].

Insomma a Firenze un anno fa non si perse tempo e le premesse erano buone perché le cose andassero in porto.

 

 

Purtroppo però nei mesi successivi ci sono state delle difficoltà e dei gravi errori che sembra abbiano compromesso tutto il progetto, fino ad arrivare a quello che pare essere il disastro di Big Bang di qualche giorno fa.

 

 

Il primo grave errore è stato la vicenda dell’incontro di Matteo Renzi con Silvio Berlusconi ad Arcore, appena un mese dopo Prossima Fermata: Italia.
Verso la fine di novembre 2010, a quanto lo stesso Renzi rivela, avrebbe chiesto un incontro a Berlusconi per parlare del via libera ad alcune misure che avrebbero portato soldi nelle casse del Comune di Firenze. Nei primi di dicembre finalmente l’avrebbe ottenuto, ma si viene a sapere soltanto per vie traverse, infatti sono Repubblica e Libero a rivelarlo prima di lui: rispettivamente qui e qui gli articoli, entrambi datati 7 dicembre 2010.
Renzi giustifica a Otto e mezzo su La7 quello che sembra desiderio che l’incontro rimanesse segreto dicendo che “L’accordo era che il giorno successivo, fatte le verifiche con Letta, con Tremonti e con gli altri, si sarebbe fatto un comunicato congiunto per dare notizia del nostro incontro e invece… “. Quando gli chiede Lilli Gruber se è stato fregato da Berlusconi, risponde: ”Per carità, ma forse rispetto ad altri sono stato più ingenuo”. Fonti: qui su La Nazione e qui sul Corriere.

Le reazioni all’incontro e alla modalità con cui si viene a sapere non sono ovviamente di giubilo. Bersani dice “A mio gusto sarebbe stato meglio Palazzo Chigi. Non è vietato per un sindaco incontrare il Presidente del Consiglio, ma esistono delle sedi, sennò si può capire male” e di “errore” parla anche il segretario toscano del Pd Andrea Manciulli (fonte: questo articolo del Corriere).
Importante è riportare quello che scrive l’amico Pippo Civati sul suo blog (qui la versione archiviata) sull’incontro: “Non ci sarei andato ad Arcore, come ha fatto Matteo ieri. Me lo chiedono in tanti e rispondo serenamente, perché non può esserci alcuna reticenza tra di noi. Avrei preferito una sede istituzionale (anche perché Arcore porta parecchia sfortuna, ultimamente) e un momento diverso da questo, con B che sta per cadere (o, almeno, lo speriamo tutti).
Anche se le motivazioni sono serie (soprattutto perché richiamano tutti a una maturità di rapporti tra chi rappresenta, a diverso titolo, lo Stato), il gesto può essere strumentalizzato. E B lo ha già fatto, con una delle sue (geniali, ahinoi) dichiarazioni sibilline.
Mi pare che qualcuno stia esagerando, però, con la dietrologia, anche perché lo stesso Bersani, ad Arcore, ci sarebbe andato anche a piedi, ricordate?”
Civati si riferisce ad alcune dichiarazioni rilasciate da Bersani nell’aprile del 2010, raccolte in questo articolo del Corriere.

Invece Nichi Vendola a caldo si rifiuta di commentare, poi qualche giorno dopo dichiara: “Il confronto penso di doverlo vivere nelle sedi istituzionali. Devo dire anche se avesse commesso un errore, una sgrammaticatura, però mi pare che si sia costruita una polemica gigantografica nei confronti di Matteo Renzi”, posizione che condivido completamente. Dopotutto Renzi a quanto sembra va ad Arcore per chiedere il via libera alla tassa di soggiorno, che avrebbe portato 17 milioni di euro nelle casse del Comune di Firenze e un po’ di libertà dalle ristrettezze del bilancio (fonti: qui su Repubblica e qui su Il Fatto Quotidiano).

La gente su Facebook pare dividersi tra commenti positivi e commenti negativi, con una prevalenza (più o meno leggera) di critiche, qui un articolo del Corriere sull’argomento. Anche i commenti su questa pagina del sito di L’Espresso sembrano essere orientati così.

Per concludere sulla vicenda, si è trattato sicuramente di un grave errore, sia perché non si è svolto in una sede istituzionale, sia e soprattutto perché a rivelarlo per primo sono stati i giornali, ma, con uno sforzo di pazienza, non è niente di irreparabile.

 

 

Forse ben più pesante è quello che succede dopo: prima il 31 dicembre 2010 viene fuori un articolo su Il Sole 24 Ore in cui dichiara: “Io sto dalla parte di chi scommette sul lavoro, della Fiat, di Marchionne. È la prima volta che il Lingotto non chiede soldi agli italiani ma investe in Italia in un progetto industriale. È una rivoluzione. E che accade? Che di fronte a una sfida globale in Usa, Brasile, Europa c’è la Fiom che vuole sganciare l’Italia da una locomotiva. E il Pd tentenna, si preoccupa di sintonizzarsi con la Cgil. Una follia”, poi conferma una decina di giorni dopo ai microfoni di TGLa7 (fonti: qui sul portale di Adnkronos e qui su Repubblica): “Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, e’ un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche”. Poiché evidentemente cominciano ad arrivare reazioni non entusiastiche a tali dichiarazioni, aggiunge su Facebook un post in cui dice che: “rispetta le opinioni di chi non la pensa come lui. Ma continua a dire che è meglio tenere una fabbrica aperta scommettendo sul futuro, che chiuderla piangendo su quanto è cattivo il mondo. Il mondo non si ferma. E il mondo ci costringe a cambiare. In Germania i sindacati hanno fatto accordi intelligenti e il mondo delle auto va alla grande. Perché noi no?”

Uno potrebbe pensare che Matteo Renzi possa non avere tutti i torti, che la competizione estera sia troppo forte e che i lavoratori italiani si debbano adeguare e rinunciare a qualcosa. Ma in realtà questa sarebbe con tutta probabilità una visione ingenua della faccenda. Infatti una grande impresa automobilistica europea come la Fiat non è il tipo di impresa che ha un impatto molto grande del costo del lavoro sui suoi bilanci. Giusto per fare un esempio recente e veloce di fonte che conferma questo assunto, richiamo le parole del Professor Francesco Zirpoli dell’Università Ca’ Foscari di Venezia in questo articolo (del 2 settembre 2011) su Linkiesta: “Il dibattito sulla Fiat è spesso focalizzato su questioni che riguardano il costo del lavoro. Il costo del lavoro, tuttavia, pesa per un valore intorno al 7% del costo industriale totale”.
I problemi della Fiat, se problemi ci sono, non sono alla catena di montaggio. I problemi sono in alto, in particolare nel settore Ricerca e Sviluppo e soprattutto proprio a livello di Management che riguarda quest’ultimo. Diamo infatti un’occhiata a questa tabella:

Come si può facilmente controllare, questa tabella è stata compilata semplicemente attingendo a dati ufficiali agevolmente reperibili in Rete e ai dati presenti in questo articolo (che merita davvero di essere letto) di Repubblica, in cui si parla diffusamente della differenza di condizioni tra un operaio tedesco Volkswagen e uno italiano Fiat. L’ho prelevata da Brescia Point a questo indirizzo (all’indirizzo è anche presente copia dell’articolo di Repubblica).

Non è difficile accorgersi che la colpa non è degli operai, anche senza avere una cognizione precisa dei costi industriali, faccio qui l’esempio di una piccola discussione su un forum del sito di informazione finanziaria Finanzaonline.com.

Aggiungiamo anche il fatto che Renzi a un certo punto dice che “è la prima volta che il Lingotto non chiede soldi agli italiani”, ma come fa notare Gad Lerner in questo post sul suo Blog non è affatto così.

In conclusione, alla luce di questi fatti, sia Renzi che Marchionne non sembrano farci una bella figura.

Si configurerebbe il seguente risultato: Renzi non si è informato bene, il che è comunque grave, oppure è banalmente di destra, come sostiene più o meno Gad Lerner.

Davanti al dichiarato sostegno di Renzi a Marchionne Pippo Civati non può rimanere impassibile, e infatti subito fa sapere che non è per niente d’accordo (fonte: qui sul Il Fatto Quotidiano): “Rispetto a Renzi ho una idea diversa e spero di discuterne domani in direzione con lui”. In quest’altro articolo non ci va più morbido: “Non la penso assolutamente come Renzi, credo che Matteo sia stato quantomeno imprudente”. Questa vicenda sembra sia stata importantissima per determinare poi il deteriorarsi del rapporto tra Renzi e Civati.

In un post del gennaio 2011 Civati (qui la versione archiviata) scrive le seguenti cose, che a mio parere meritano di essere riportate e con cui sono d’accordo:

“[…]

Penso che sia un brutto accordo, quello di Torino, e che ce ne siano in giro di migliori, in Italia, e non perché siano meno impegnativi, ma perché contengono clausole e impegni ben diversi. Perché il contributo che i sacrifici dei lavoratori rendono alla redditività aziendale è riconosciuto e compensato, in termini monetari e anche in termini di adeguati turni di riposo.

Penso che non si può partire da un caso specifico per riformare una partita così delicata. E penso che ragionare sotto ricatto non è mai la cosa migliore.

Penso che la questione produttività vs. diritti è mal posta, così, ed è soltanto una parte del problema, perché per essere competitivi ci vuole qualcosa in più.

[…]

Penso en passant che i toni di Marchionne degli ultimi giorni siano proprio stronzi.

[…]

Penso che se si parla di modello americano, bisognerebbe fare qualcosa per la partecipazione azionaria dei dipendenti. Non dopo, prima di chiudere gli accordi e di disegnare presunti nuovi modelli per il Paese.

[…]

Penso che il problema sia se riusciamo ancora a produrre auto e soprattutto se siamo competitivi producendo queste auto.

Penso che anche il tema della ricerca da qualche parte lo si dovrebbe anche porre.

[…]”

 

 

Tuttavia non è solo sull’appoggio di Renzi a Marchionne che si è consumata la più o meno temporanea e più o meno grave rottura tra Renzi e Civati.

All’incirca nello stesso periodo delle dichiarazioni di Renzi su Marchionne, succede che Civati organizza una sorta di predirezione o controdirezione il giorno prima della direzione vera e propria del PD, che si doveva tenere giovedi 13 gennaio 2011. L’incontro, per parlare dei temi che i “rottamatori” avrebbero dovuto portare il giorno successivo, si tiene al Caffè Letterario di via Ostiense a Roma appunto il 12 gennaio e ci sono tra gli altri Debora Serracchiani, Roberto Della Seta ed Ermete Realacci, oltre allo stesso Civati, ma manca Renzi. Infatti Renzi dice (fonte: qui sul Corriere): “Quanto ai rottamatori, non sono nati per fare una correntina del Pd, i rottamatori non sono uno spiffero. Poi se alcuni di loro vogliono parlare di primarie va bene, però parliamo anche del resto; altrimenti facciamo la fine di quelli che vogliamo criticare. Il Pd è credibile se smette di inseguire i falsi problemi e se prova a dire tre o quattro cose concrete sul futuro del paese”. Cioè Renzi teme che si voglia fare una corrente all’interno del partito. A ciò si aggiunge la vicenda Marchionne e Civati sbotta in più di un’occasione. Quindi Renzi non si presenta neanche alla convention tenutasi a Bologna (vedere l’ultimo link e qui sul Corriere) il 16 gennario 2011, che pure avevano deciso insieme. In più per esempio in quest’altro articolo del Corriere si dice che tra i motivi o segnali di divergenza ci sarebbe stato anche “l’impegno piuttosto ridotto che ultimamente [rispetto a gennaio 2011, NdA] lo stesso Renzi ha messo nella gestione di Prossima Fermata Italia, nata due mesi fa alla Stazione Leopolda, quando sembrava che i due trentenni in giacca e jeans dovessero rottamare il mondo”.

 

 

Come se non bastasse in giugno Renzi si rifiuta di condividere completamente i quattro SI al referendum su acqua, nucleare e legalità, infatti opta per un no sull’acqua, fonti: qui sul sito ufficiale di Matteo Renzi, qui su Repubblica, qui sul Corriere e qui su Il Fatto Quotidiano.
E’ soltanto l’ultima delle divergenze, prima che Civati dichiari: “Lo scorso anno, uno degli slogan della convention alla stazione Leopolda era “prima il popolo, poi il leader”: ecco, mi pare che adesso Matteo si stia occupando più del leader che del popolo” e la rottura si concretizzi definitivamente (anche se non è detto sia insanabile, Civati alla fine è andato a trovare Renzi durante Big Bang).

 

 

Civati in agosto rilascia delle interviste e si scrivono articoli sull’argomento: qui su L’Unità, qui sul Corriere (stesso indirizzo del penultimo link) e qui su TG24.Sky.it.

 

 

Adesso potrei finalmente parlare delle 100 proposte e anche di altre cose, tipo la assai significativa intervista di Renzi a Invasioni Barbariche del 2008, ma il post è troppo lungo, quindi lo farò la prossima volta.

 

 

Tuttavia voglio finire il post segnalando questo gustosissimo video. Per chi non sa il tedesco, si possono trovare dei commenti qui sul Corriere, qui su auto.it e qui su motori.it. Merita davvero.
Sono sicuro che se nei vertici Fiat ci fossero dei barlumi della personalità di Winterkorn, anche gli operai Fiat, come quelli Volkswagen, dormirebbero sereni sui famigerati sette cuscini: